Il
secondo libro di Riccardo Orizio (Parola del diavolo,
Editori Laterza, 14 euro) è l´ideale continuazione
del primo, Tribù bianche perdute. L´altra
volta Orizio si era messo in viaggio per cinque continenti
per scovare gli ultimi, dimenticati eredi dei colonizzatori,
diventati a loro volta colonizzati, piccole riserve
bianche in paesi sperduti. Il libro, pubblicato dapprima
in Inghilterra, aveva ricevuto recensioni entusiastiche
dalla stampa britannica, l´Indipendent aveva osato
perfino un paragone con Chatwin.
Stavolta al viaggiatore-esploratore subentra il viaggiatore-cronista,
che parte alla ricerca degli ex dittatori muovendo,
nella maggior parte dei casi, da indizi minimi per scovarli
nei loro nascondigli, correndo anche qualche rischio,
come quello di passare una notte tutt´altro che
serena in una cella di Tirana, sospettato di essere
un agente straniero.
Percorrendo le 190 pagine, scritte con un appropriato
stile asciutto e fattuale che l´autore ha affinato
nella lunga frequentazione del giornalismo anglosassone
(Orizio è stato capo della redazione di Atlanta
di Cnnitalia, il sito Internet frutto di una joint venture
tra Kataweb e Cnn, ed ora scrive per La Repubblica da
Londra) ho annotato tre parole: ritagli, contatti e
ostinazione. Che, messe insieme, fanno la definizione
del cronista di razza, che nella vita non arriva a essere
tale se non consuma molte suole di scarpe e non riempie
molti taccuini di appunti. I ritagli, dai giornali e
dalle agenzie, gli sono serviti per trovare i primi
indizi. I contatti per individuare le piste giuste che
portano all´obiettivo. L´ostinazione per
non arrendersi anche quando la missione sembrava davvero
impossibile.
Così per trovare Jean-Bédel Bokassa, l´ex
imperatore del Centrafrica, Orizio ricorre alla mediazione
di un giornalista della radio centrafricana, il cui
nome aveva trovato nei dispacci dell´Associated
Press da Bangui. Per arrivare al colonnello Menghistu,
il dittatore che sconvolse l´Etiopia con il «terrore
rosso», rifugiato ad Harare, il contatto giusto,
un giornalista americano che vive nello Zimbabwe, gli
«regala» il numero di telefono; l´ostinazione
gli consente di ottenere un appuntamento dallo stesso
Menghistu (che risponde facendosi passare per il segretario
di se stesso), dopo che per mesi quel numero aveva squillato
a vuoto.
A Tirana, dove l´autore cerca a lungo di arrivare
alla vedova di Enver Hoxha, reclusa in un carcere a
regime duro, è «una coppia incontrata per
caso, lei reporter, lui diplomatico», che finalmente
gli indica la via possibile.
Il risultato di questo viaggio lungo e avventuroso del
cronista è una galleria di ritratti-interviste
di personaggi che lo stesso autore definisce «surreali».
Talvolta irriducibili guasconi, come l´ex tiranno
ugandese Idi Amin Dada, che vive in esilio in Arabia
Saudita, campando di loschi traffici, e non si pente
del suo passato, anzi continua a tramare oscure guerre
africane. Talvolta patetici, come Baby Doc Duvalier,
presidente di Haiti a 19 anni, vittima di un padre ingombrante,
di donne molto ambiziose e rapaci, che nella prima intervista
da quando fuggì dal suo paese parla di vudù
e di come ha perso l´immensa fortuna accumulata
dal padre.
Talvolta megalomani esaltati, come il generale Noriega,
il quale rifiuta l´intervista, ma in una lettera
inviata all´autore dalla prigione di Miami, scrive
di non considerarsi «un individuo dimenticato»
perché «Dio, il grande creatore dell´universo,
che scrive dritto anche se a volte per farlo usa righe
storte, non ha ancora finito di scrivere l´ultimo
capitolo su Manuel A. Noriega».
Talvolta sorprendenti, come Mirjana Markovic, la moglie
dell´ex presidente serbo Milosevic, sotto processo
al Tribunale internazionale dell´Aja, che ha fama
di dura ideologa e di spietata dark lady e però
arrossisce, nel corso dell´intervista in una villa
di Belgrado, quando il marito la chiama al telefono
dal carcere olandese e lei sussurra parole d´amore
con un tono di voce artificialmente infantile per poi
giustificarsi: «Siamo sentimentali vecchio stile,
noi due. Io trovo Slobodan Milosevic ancora molto attraente.
Un uomo affascinante. Proprio un bell´uomo, il
mio Slobo».
Tra tanti relitti della storia si staglia la figura
tragica del generale Jaruzelski, che difende con dignità
il suo ruolo di patriota polacco, piuttosto che di traditore
della patria per il golpe del 1981: sostiene che l´alternativa,
che aveva davanti in quelle settimane di febbraio di
ventun anni fa, era il golpe o l´invasione sovietica.
Ed è una tesi che appare convincente, non solo
perché convalidata a posteriori da Mikhail Gorbaciov.
Forse il vecchio generale, che al contatto diretto è
ben diverso dal manichino pinochettiano con gli occhiali
scuri dell´iconografia ufficiale, non ha del tutto
torto a protestare con Orizio: «Mi ha messo in
un libro con tutti i criminali della storia, ci manca
solo Pol Pot».
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