LONDRA.
«Vive a Jedda, in Arabia Saudita, indossa sempre
una tunica bianca, è un fervente musulmano, è
protetto dalla locale colonia di africani. Malgrado
l'età, conserva ancora velleità da atleta,
frequenta le palestre di grandi alberghi, si rifornisce
di continuo di cibi ugandesi. Malinconico ma coerente
nel ruolo di ex capo di stato».
È il ritratto di Idi Amin Dada fatto da Riccardo
Orizio, giornalista del quotidiano «la Repubblica»,
che ha appena pubblicato per Laterza «Parola del
diavolo». Una decina di incontri con ex capi di
stato, dittatori, ras dei cinque continenti che Orizio
ha visitato nel loro esilio per nulla dorato. Un viaggio
nella memoria, nella storia del mondo che è anche
un itinerario per i diversi paesi che li ospitano e
li proteggono. C'è la Jedda assolata dove vive
oggi Idi Amin, ma anche l'Africa di Mengistu, oggi esiliato
in Zimbabwe, c'è la Francia del visionario Baby
Doc già presidente di Haiti, appassionato di
riti vodoo e di pannelli solari. Giornalismo d'inchiesta,
ottime fonti documentali, ma anche il respiro lungo
del narratore, che Orizio aveva già mostrato
con «Tribù bianche perdute», il suo
primo libro.
«Non solo incontri in prima persona - spiega il
giornalista - nel volume ci sono anche la moglie di
Slobodan Milosevic, e la vedova di Henver Hodja, dittatore
albanese. Quando è uscita l'intervista alla vedova
di Hodja sul "Corriere della Sera", la polizia
albanese mi ha arrestato. Hodja era stato rovesciato
da Sali Berisha, già medico personale del leader
sqipetaro. Difficile digerire un dittatore, difficile
digerirne soprattutto l'ombra. Loro, - prosegue Orizio
- "i diavoli" cui allude il titolo, sono visionari
sopravvissuti, talvolta patetici talvolta coerenti fino
alla fine. Molti, han trovato rifugio nel misticismo.
Nessuno condivide le colpe che il loro paese e la comunità
internazionale gli addossano».
Libro impegnativo, per nulla estivo. Perché l'ha
fatto?
«Per anni, ho conservato in archivio due ritagli
di giornali inglesi, con qualche scarna notizia su Idi
Amin e su Mengistu, l'ex dittatore etiopico. Mi intrigava
capire come la vita li avesse cambiati, quale fosse
la dimensione di sconfitti dalla storia, dal destino,
dalla politica internazionale. La curiosità si
è ingigantita, sono riuscito a rintracciarli».
Come vivono?
«Il maggior errore che si possa fare è
pensare a un esilio dorato: quasi tutti sono in povertà.
Alcuni, prostrati dalla sconfitta, come Jean Bedel Bokassa.
Prima di morire sosteneva di essere il tredicesimo apostolo
del cristianesimo, trascorse gli ultimi giorni stringendo
in mano un crocifisso donatogli dal Papa».
Il più umano?
«Probabilmente Jadek Jaruzelsky, l'ex primo ministro
polacco autore del "golpe" militare negli
Ottanta. Un aristocratico che aveva subito anche la
deportazione in Siberia, ma che proprio in Siberia aveva
scoperto la sua fede comunista e il suo amore per la
Russia. Un militare tutto d'un pezzo, un generale oggi
sottoprocesso per alcune vicende accadute nel'70. Jaruzelsky
vive dimenticato a Varsavia, con la rendita della sola
pensione. Molti polacchi lo vedono come un liberticida,
l'affossatore di Solidarnosc. Lui pensa, probabilmente
in buonafede, di aver risparmiato massacri al suo paese».
Chi ha rifiutato il colloquio?
«Noriega, ex dittatore del Nicaragua, soprannominato
"Cara de pina" per via del viso devastato
dall'acne. Oggi incarcerato. Non ho potuto incontrarlo
ma mi ha inviato una lettera molto dignitosa, pubblicata
nel libro».
C'è anche Mengistu: l'uomo che fece morire il
Negus d'Etiopia, Hailè Selassiè...
«Vive in semilibertà in una fattoria nei
pressi di Harare, nello Zimbabwe. E' dedito all'alcool,
spesso picchia gli uomini che dovrebbero tutelare la
sua sicurezza».
Un'inchiesta faticosa, anche un'idea in fondo balzana.
Intervistare chi è per sempre fuori dal gioco...
«M'intrigava proprio questo. Fuori dal giornalismo
d'agenzia, raccontare storie difficili da costruire,
con un punto di vista diverso, fuori dal giro comune.
Anche se nella vita degli uomini, come dei paesi, non
si può mai dire...».
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