Uomini
onnipotenti finiti nella polvere. Dittatori che governavano
grazie al terrore delle armi oppure alla droga dell'ideologia,
comunismo o nazionalismo che fosse. Uomini tanto cinici
nella gloria quanto meschini nella disgrazia, aggrappati
ad improbabili sogni di vendetta, divorati dal desiderio
di rivincita, perfino ridicoli talvolta nei tentativi
di giustificare le loro terribili gesta.
Un campionario di umanità varia, dall'Africa
tribale ad Haiti prigioniera del vudù, alla civilissima
Polonia. Sette impietosi profili di personaggi che hanno
fatto la storia dei loro Paesi e in parte anche del
nostro tempo, disseminando di cadaveri e atrocità
i loro passi nelle stanze del potere. Sono Idi Amin,
il presidente antropofago dell'Uganda, Jean Bédel
Bokassa, crudele imperatore del Centrafrica con le stesse
abitudini alimentari; il "negus rosso" marxista
Hailé Mariam Menghistu, terrore dell'Etiopia;
Nexhmije Hoxha, moglie, forza e mente di quell'Enver
che per 45 anni tenne isolata l'Albania in un buco nero
della storia mondiale; Jean Claud Duvalier, "Baby
doc", presidente a vita di Haiti come successore
del padre, padrone di una sanguinaria milizia personale,
i "Tonton Macoutes"; il generale Wojciech
Jaruzelski, primo ministro e poi presidente polacco,
che tentò di soffocare Solidarnosc e il suo vento
di libertà con lo stato d'assedio militare; infine
Mira Markovic, moglie e soprattutto vero cervello politico
di Slobodan Milosevic, il presidente jugoslavo adesso
alla sbarra al Tribunale internazionale dell'Aja per
crimini contro l'umanità.
Il giornalista bresciano Riccardo Orizio ha incontrato
questi personaggi dopo la loro caduta. La prima intervista
è del maggio 1993 con la vedova Hoxa, quando
ancora stava in un carcere di Tirana. L'ultima è
del dicembre 2001 con il generale - ormai in pensione
e sotto processo - Wojciek Jaruzelski. Il libro "Parola
del diavolo. Sulle tracce degli ex dittatori" raccoglie
il frutto di questi incontri, talvolta avventurosi,
sempre ricchi di sorprese. Orizio, che scrive da Londra
per il quotidiano La Repubblica, è davvero bravo.
Nel libro, presentato proprio ieri a Brescia, c'è
tutto il mestiere, le sue ragioni e la sua tecnica:
la curiosità, la voglia di capire senza pregiudizi,
la capacità di raccontare in maniera efficace,
secca, senza fronzoli.
"Parola del diavolo" è un lucido e
quindi doloroso spaccato della nostra storia contemporanea;
nello stesso momento costituisce una sorta d'analisi
della natura e dell'animo umano. Personaggi come Amin
o Bokassa possono farci (tristemente) sorridere come
(drammatiche) macchiette africane, ma Milosevic e il
generale polacco (comunque il migliore della compagnia,
il più coraggioso e dignitoso) sono nostri vicini.
E poi non si tratta di latitudini: la crudeltà
può assumere forme diverse, perfino civili, ma
la sua essenza non cambia.
Ognuno di noi, dice la storia di sempre, può
trasformarsi in un feroce dittatore. In Bosnia, il ricordo
è fresco, il massacratore era l'ex amico della
porta accanto. La "Parola del diavolo" - che
si difende, nega responsabilità acclarate, adduce
giustificazioni ai suoi crimini, individua traditori
(siano Gorbaciov oppure l'America, l'imperialismo capitalistico,
il colonialismo della Francia o quant'altro) - ci aiuta
a restare vigili. La libertà, la democrazia,
la civiltà non sono conquiste definitive: vanno
confermate faticosamente ogni giorno.
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