Che
cosa si nasconde dietro i "mostri" della storia,
una volta che dal trono sono caduti nella polvere? Quale
volto privato conservano, quale faccia mostrano, dopo
aver dimesso la loro maschera pubblica, macchiata in
molti casi di crimini e misfatti? Come vivono senza
il bastone del comando? Come invecchiano i tiranni,
che i libri di storia descrivono come feroci e immorali?
Che cosa raccontano di sé ai figli, ai nipoti,
a se stessi? A rispondere a queste domande ci ha pensato
Riccardo Orizio con "Parola del diavolo. Sulle
tracce degli ex-dittatori" (Edizioni Laterza, 189
pagg, euro 14). Il volume è stato presentato
ieri pomeriggio alla libreria Feltrinelli, madrina d'eccezione
la scrittrice Camilla Baresani, che di Orizio è
stata compagna di scuola e di banco. Bresciano di nascita,
"arnaldino", Riccardo Orizio oggi scrive da
Londra per Repubblica. In passato è stato al
Corriere della Sera e poi responsabile della redazione
di Atlanta della Cnn Italia. Al suo attivo anche un
altro curioso libro, "Tribù bianche perdute",
sempre edito da Laterza, sui discendenti di alcune comunità
europee che sopravvivono in ex-territori coloniali.
«Sono un bresciano che ha scelto di fare l'escursionista
estero - dice ironicamente di sé Orizio -. A
casa ci ritorno ogni tanto ed è bello ritrovare
la mia città così cambiata ma sempre in
fin dei conti la stessa. Che cosa mi ha indotto a scrivere
quest'ultimo libro, è presto detto. Mi affascina
di più la caduta dell'ascesa. Ho voluto incontrare
questi uomini, una volta famosi, e cercare di capire
come si giudicano, se si chiedono come li valutino gli
altri».
Le interviste raccolte sono quelle di Amin Dada, di
Jean-Bédel Bokassa, del colonnello Menghistu,
della moglie di Enver Hoxha, di Baby Doc Duvalier, del
generale Jaruzelski e di Mira Milosevic, consorte di
Slobodan. Figure che hanno scritto alcune infauste pagine
del Novecento, anche se le loro vicende sono in parte
dimenticate dopo la caduta dei rispettivi regimi. Alcuni
di costoro hanno provato la prigione, altri sopravvivono
nelle risacche della storia, come ruderi della memoria
e carcasse pittoresche. Orizio è andato a stanarli
nei quattro cantoni del mondo, molto spesso rinunciando
alle proprie ferie, sottoponendosi a lunghe attese e
trattative.
Amin Dada, il "Grande Papà" dell'Uganda,
vive in esilio a Gedda, in Arabia Saudita. Si è
convertito all'Islam e dichiara che nella religione
sono riposti tutti i suoi interessi. I suoi figli studiano
negli Stati Uniti. Una volta, quando era al potere,
spediva telegrammi imbarazzanti ai leader del mondo.
Alla regina Elisabetta si propose come "uomo vero",
a Nixon invece, durante il Watergate, consigliò
di eliminare fisicamente i suoi oppositori.
Anche Bokassa si era votato integralmente alla religione,
nel suo caso a quella cattolica. Si proclamava, prima
di morire povero in una dimora diroccata, il tredicesimo
apostolo della Chiesa. Qualche anno prima si era fatto
proclamare imperatore del Centro Africa con una cerimonia
di pompa napoleonica.
Il colonnello Menghistu, il Negus rosso che sconvolse
l'Etiopia con una politica del terrore, non retrocede
di un passo. Il suo sogno era quello di trasformare
il suo paese rurale in un perfetto stato militare con
soldati che marciavano con il passo d'oca. La sua fortuna
iniziò con Breznez, finì con Gorbaciov,
cui vanno tutte le colpe.
Baby Doc Duvalier, figlio di Papà Doc, parla
di vudù, di donne e di come ha polverizzato un
patrimonio. La vedova dell'albanese Enver Hohxa non
smette di esaltare il vecchio regime marxista di stampo
maoista. Quanto a Mira Milosevic, suo marito rimane
un idealista. Infine il generale Jaruzelski, l'uomo
che salvò la Polonia dai carri armati sovietici,
stroncando le velleità democratiche di Solidarnosc,
si rammarica per il fatto che non è mai stato
amato dai polacchi.
Confessioni, reticenze, abiure, ostinazioni e follia.
Orizio si avvicina alla "banalità dell'orrore"
con curiosità e rispetto. «Perdonarli è
impossibile, capirli è difficile. Io ho dato
loro - dice - la possibilità di parlare, di farsi
ascoltare. Alcuni di loro non hanno voluto comparire.
L'argentino Videla, per esempio. Rammarico? Sì,
quello di non aver intervistato Pol Pot e Ceausescu».
Quel grande attore scespiriano che è Ian McKellen,
che sulla scena ha interpretato in quarant'anni mostri
di ogni epoca, da Iago a Rasputin - ricorda Orizio nell'introduzione
- ha imparato questa lezione: «Studiando coloro
che compiono atti terribili ho dedotto che anche loro
sono umani. E che chiunque di noi è capace di
tutto. O quasi». Questo in definitiva il deposito
di senso.
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