Diciamocelo:
se non fossero dei maniaci sanguinari, talvolta cannibali,
se non avessero sulla coscienza migliaia di vite umane
e i bilanci degli Stati che hanno guidato, e consegentemente
la miseria dei loro concittadini, questi ex dittatori
sarebbero anche dei simpatici mattacchioni. Come Idi
Amin che aveva fatto ribattezzare "Città
del Capo" un'isolotto di fronte alla sua villa
sul Lago Vittoria e lo faceva bombardare tutti i giorni
per allenarsi alla conquista dell'altra Città
del Capo, quella vera. O come Bokassa che per la sua
incoronazione a imperatore del Centrafrica aveva voluto
60 Mercedes, 64 mila bottiglie di champagne, una marcia
e un valzer imperiali appositamente composti, oltre
a un reggimento di ussari a cavallo in divisa ottocentesca
con l'unico compito di scortare il corteo imperiale.
O il colonnello Menghistu che racconta di quando girava
il mondo in cerca di appoggi per la sua Etiopia. Americani
e cinesi gli risposero picche, mentre un sopraccigliuto
Leonid Breznev gli disse: "Signor colonnello, eccetto
la bomba atomica, il mio Paese è disposto a darle
tutto ciò di cui ha bisogno".
E poi altri, ancora più patetici, come Nexhmije
Hoxha, vedova di Enver, che vive in una cella, circondata
da pile di libri e convinta che la sua Albania piena
di bunker e di paranoie da invasione fosse infinitamente
migliore di quella attuale.
O come Baby Doc che vive in Francia convinto di poter
tornare da trionfatore nella sua Haiti o infine come
Mira Markovic in Milosevic che quando parla con il suo
maritino in prigione a l'Aia fa le vocine da bambina,
ci manca poco che dica "pucci, pucci" e fa
finta di niente quando le mettono sotto il naso una
foto di Sarajevo assediata.
Questi sono i "diavoli" che ha incontrato,
in tanti anni e in molti continenti, Riccardo Orizio,
giornalista curioso che molti ricorderanno per Tribù
bianche perdute, un viaggio tra gli eredi sfortunati
del colonialismo.
Poi c'è un altro ex dittatore che più
che un diavolo sembra essere un povero diavolo. Wojciech
Jaruzelski che Orizio incontra a Varsavia in un freddissimo
dicembre. Il generale era un dittatore, non c'è
dubbio; ha messo fuori legge Solidarnos, il sindacato
libero polacco. Ma, a differenza di tutti gli altri,
non ha sulla coscienza vite di suoi compatrioti. O forse
ne ha una, quella di padre Jerzy Popieluszko, ammazzato
nel 1984 presumibilmente dai servizi segreti. Ma è
difficile credere che ci sia stato un ordine in questo
senso, più facile che sia stato opera di qualche
agente più lealista del re. Quindi le parole
di Jaruzelski sono credibili quando dice: "I rapporti
con la Chiesa erano duri, di scontro continuo. Ma nessuno
di noi avrebbe mai ordinato un omicidio di quel tipo".
In ogni caso non si può negare che, senza il
suo colpo di Stato, quei carri armati sovietici che
i satelliti americani vedevano ammassarsi al confine,
sarebbero probabilmente entrati in Polonia.
Alla fin fine, se un briciolo di simpatia deve andare
a qualcuno dei protagonisti, è proprio per questo
generale maliconico come un notturno di Chopin, che
alla sua patria non ha nuociuto più di tanto
(la dittatura c'era già, lui l'ha solo imbalsamata
per un po') e che la storia ha abbandonato in un ufficietto
di Varsavia dove riceve la telefonata di un altro ex,
Michail Gorbaciov. Si fanno gli auguri di buon anno,
non quelli di buon Natale. Sono comunisti e atei, che
diamine.
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