"Mi
è piaciuto subito. Mi è piaciuto davvero
molto". Il cannibale Jean-Bédel Bokassa,
già imperatore del Centrafrica, ha un debole
per Silvio Berlusconi. Lo ha visto in tv. E allora lo
dice a Riccardo Orizio, un giornalista anglo-bresciano
assai curioso e bravo che si è messo sulle tracce
dei "poveri diavoli", vale a dire gli spregevoli
dittatori & i caudillos improbabili disarcionati
dalla Storia, in Parola del diavolo (Laterza, 190 pagine,
14 €).
Uno sfatto Idi Amin Dada, lo stesso visionario
Bokassa, Menghistu, Hoxha (Orizio incontra drammaticamente
la vedova, anzi: la Vedova Nera), Baby Doc Duvalier,
Milosevic (anche in questo caso parla la signora, la
dottoressa Markovic: lei pretende d'essere chiamata
così), Jaruzelski. Sette capitoli tesi come funi
d'acciaio, sette storie da divorare con una velocità
inversamente proporzionale a quella impiegata dalle
cronache e dalla legalità a sbarazzarsi di certa
gentaglia.
Orizio è un giornalista molto sui generis che
ora scrive da Londra per La Repubblica e, prima, era
il responsabile della redazione CNNItalia di Atlanta
(Usa). Questo suo secondo libro (il primo era Tribù
bianche perdute) racconta tante cose: 1) la passionaccia
per l'Africa, metafora di nefandezze e sublimi utopie;
2) un metodo di lavoro fatto di pazienza, raccolta di
informazioni, tigna investigativa nell'allineare dettagli
e indizi per raggiungere gli obiettivi; 3) la propensione,
molto poco italica, all'asciuttezza non solo dello stile
(che comunque è un pregio), ma anche dello sguardo:
all'equanimità, ecco, che non è l'Araba
Fenice dell'obiettività tanto strombazzata, ma
un atteggiamento di attento ascolto dell'interlocutore.
Parola del diavolo è un libro da leggere, che
si fa largo, con la sua qualità civile, in mezzo
a tanta fuffa estiva.
Orizio, che è il Ryszard Kapuscinski di noialtri,
ha lavorato molto. Almeno dal maggio del '93 (data del
faccia a faccia di Tirana con la temibile "babbiona"
Nexhmije Hoxha, vedova di Enver) al dicembre 2001 del
lungo, drammatico abboccamento con il generale Wojciech
Jaruzelski. Otto anni di scavi storico-biografici, disavventure
(a Tirana, Orizio va in galera), tragicomici sotterfugi
(come a Gedda, Arabia, en attendant di vedere Amin Dada),
astuzie professionali (ad Harare, Zimbabwe, l'appuntamento
col duce rosso etiopico Menghistu arriva dopo uno slalom
accorto fra depistaggi telefonici).
Parola del diavolo è un lungo viaggio alla
ricerca della pietas: di quella che è morta,
sepolta sotto alle montagne di cadaveri prodotti dai
poveri diavoli, e di quella che deve restare viva, per
capire e per capirli. Ogni profilo di relitto storico,
ogni dittatore insomma, è (non didascalicamente)
inquadrato, con rara dote di sintesi giornalistica,
nel dramma del suo tempo e del suo luogo: ogni capitolo
spiega con placidità divulgativa il contesto,
direbbe Sciascia, inquadra la vicenda di ogni Paese
coinvolto, il suo tragico caracollare della cronaca
politica verso il dramma.
E tra tutti i diavoli spicca per sontuosa tragicità
la figura militarmente dignitosa e moralmente altissima
del generale Jaruzelski: Bonaparte rosso, o salvatore
della Polonia dall'invasione sovietica? Questo
è il capitolo più bello del libro. Persino
per ambientazione narrativa: fuori il gelo, la nevicata
su Varsavia, un'aura tolstojana per la confessione tragica
e dolente di un protagonista vero del Novecento. Che
ha da lamentarsi, con Orizio, di una sola cosa: "Lei
mi ha messo in un libro con tutti i criminali della
Storia, ci manca solo Pol Pot....".
Speriamo naturalmente che Parola del diavolo venda tanto.
Per Orizio, che lo merita, e per sua moglie Pia che
lo sopporta. Una segnalazione sola, all'Editore: please,
togliete dalle prossime centomila copie il refusino
di pagina 118, dove Baby Doc Duvalier risponde a una
domanda con uno sgrammaticato "A parte da alcuni",
anziché con "a parte alcuni"... Il
Diavolo sta infatti, come dicevano gli antichi, anche
nel particolare.
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