Su
un sito Internet tutto colorato di nero, Baby Doc, soprannome
dell’ex dittatore Jean-Claude Duvalier, lancia
i suoi messaggi: «Haiti, ti offro il mio coraggio!».
Dalla sua cella di Miami, “Faccia d’Ananas",
il padrone di Panama inventato e deposto dagli Stati
Uniti, crede nella propria resurrezione politica e manda
un biglietto: «Dio, il grande creatore dell’universo,
non ha ancora finito di scrivere l’ultimo capitolo
su Manuel Antonio Noriega». O c’è
il proverbiale Bokassa, l’ex imperatore del Centrafrica,
che era un megalomane ed è morto povero nel ’96
ma fece in tempo ad avvertire nel ’94: «Il
nuovo premier italiano, Berlusconi, mi piace molto».
O ancora Duvalier che ammette di non aver avuto neppure
i soldi, in qualche momento del suo esilio, per pagare
le bollette.
Voci uguali e diverse. Ma nessuna prova a guardare in
faccia, con spietata autoanalisi, la Banalità
del Male che è stata commessa proprio da loro.
E loro sono gli ex dittatori, o parenti di questi, sulle
cui tracce è andato in giro per il mondo il giornalista
Riccardo Orizio e li ha trovati e li ha fatti confessare
in Parola del Diavolo che è in uscita per Laterza.
Insomma, com’è un Diavolo a riposo? Come
se la passano quei dittatori, spesso sanguinari e talvolta
perfino cannibali, ora che hanno perduto il potere e
sono sprofondati nell’oscurità di una vita
in contumacia o nella finta normalità di una
esistenza in disarmo o nell’attesa di un’improbabile
riscossa? In un carcere albanese di massima sicurezza,
c’è uno stanzino denominato la Cella della
Vedova. E dentro sopravvive nell’ipocrisia del
suo candore la più anziana detenuta donna in
Europa: la moglie di Enver Hoxha, a suo tempo satrapo
marxista di Tirana. «Avevamo a cuore solo il benessere
del nostro Paese», dichiara la signora Nexhmije
Hoxha. Come se l’Albania non fosse stata un inferno.
In un altro angolo del mondo, ecco Menghistu, soprannominato
il Negus Rosso o il Terrore Rosso della rivoluzione
etiope. Oggi ha 62 anni, i riccioli si sono ingrigiti,
la sua gabbia sono sei stanze in un quartiere residenziale
di Harare in Zimbabwe, ospite del “compagno Mugabe".
A Gedda, in Arabia Saudita, vive un uomo da leggenda,
nerissima come il colore della sua pelle. Settantadue
anni, un metro e 96 di statura per 150 chili, scomparso
dalle cronache internazionali che un tempo dominava
a causa delle sue crudeltà romanzesche. Il gigante
a riposo è Idi Amin Dada, il caporale diventato
dal ’71 per quasi un decennio il sanguinario “Big
Daddy" dell’Uganda e che si era vantato di
essere un cannibale anche se «la carne umana è
troppo salata per i miei gusti». «Vuoi trovarlo?»,
chiede un informatore ad Orizio che è volato
a Gedda alla ricerca del suo anti-eroe. «Basta
che frequenti le palestre».
Amin infatti ha sempre amato il pugilato e coltiva la
sua passione anche a Gedda. Dove arrivò nel 1980,
a bordo di un jet Alitalia (dei servizi segreti?) messogli
a disposizione da Gheddafi il quale era riuscito a salvarlo
dal linciaggio organizzato dagli insorti ugandesi e
dalle truppe della Tanzania. Da allora, Amin riceve
uno stipendio dal governo saudita in nome della “solidarietà
islamica". E si allena sul ring, o nuota, o passa
le sue giornate armeggiando fra telecomando e antenne
satellitari che gli piacciono tanto. O si abbandona
ai ricordi: «Gli americani e gli inglesi dicevano
che ero pazzo, perché non ero un loro lacchè.
Le sembro pazzo, io?». Una vita da pensionato
del terrore - ai bei tempi il presidente ugandese ordinava
di decapitare gli oppositori in diretta tivù
ma solo dopo aver specificato: «Fate loro indossare
abiti bianchi, così il sangue si vede di più!»
- ma che non si sente affatto in pensione. E rilascia
interviste del tipo: «Vi anticipo che truppe a
me fedeli stanno riconquistando Kampala, guidate dal
comandante Nove-Nove».
Infatti Amin traffica con spedizionieri italiani, per
inviare armi ai suoi sostenitori in Uganda. E Orizio
lo guarda come «un vecchio pugile caduto al tappeto,
ma non ancora ko».
Se Pinochet è sempre potentissimo e Imelda Marcos
è tornata a Manila e ha creato una collezione
di scarpe griffate, Bokassa non c’è più
ma la sua storia resta simile a quella di Amin: entrambi
accusati di cannibalismo, entrambi convertiti all’Islam
per far piacere al colonnello Gheddafi e ricevere i
suoi petrodollari, entrambi scalzati dal potere nel
’79. Giudicare questi Diavoli si può? E’
possibile capire per esempio la Banalità del
Male di una Milosevic, la moglie, la Strega Rossa, che
dopo aver reso la Serbia un inferno col suo complice
processato ora all’Aja, trascorre i pomeriggi
a parlare al telefono con il marito detenuto cinguettando
come in un disegno di Peynet: «Amorinoooo...»?
Orizio ascolta le loro voci, perché «possiamo
soltanto studiarli, i Diavoli». Sono storie da
teatro tragico, tutte queste. E Ian McKellen, immenso
attore che per 40 anni ha impersonato mostri di ogni
epoca, da Jago a Rasputin, suggerisce l’approccio
migliore: «Studiando coloro che compiono atti
terribili, ho dedotto che anche loro sono umani. E che
chiunque di noi è capace di tutto. O quasi».
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