| COLOMBO
(Sri Lanka) - «Sì, l'ho uccisa io la dottoressa
Grego. Quella sera ho perso la testa e l'ho accoltellata.
E da quel momento non ho più avuto pace: tengo
sempre una sua fotografia in tasca, la sogno ogni notte,
prego per l ei e per la sua famiglia. Tutti i giorni
vado al tempio, qui nella periferia di Colombo, e piango.
Sono stato in pellegrinaggio al tempio della città
di Kandy, dove è custodito il dente sacro di
Buddha. Tornare in Italia? Non so, ho paura della prigi
one. Ma ora che mio padre è morto di crepacuore,
ci sto pensando. Le colpe si devono espiare. Ma voi
in Italia avete la pena di morte?». Trema la voce
di Pereira Sudath Nishanta, 29 anni, il domestico dello
Sri Lanka che nella notte tra il 20 e il 21 marzo scorso
ha ucciso con otto coltellate la cardiologa Erika Lehrer
Grego, 62 anni, stimatissima dirigente della comunità
ebraica milanese. Nella casetta del quartiere di Kottikawatha,
in una Colombo colpita dagli uragani tropicali, l'ex
maggior domo-modello si presenta vestito di bianco,
il colore del lutto. Attorno a lui zii, parenti, la
sorella, tutti che lo proteggono con sguardo comprensivo.
E alcuni monaci buddisti, avvolti nella veste arancione
e con il capo rasato, che salmodiano in ricordo del
padre di Nishanta, deceduto esattamente tre mesi fa.
«In realtà la cerimonia è anche
in onore della signora Grego, alla quale volevo così
bene», si lascia scappare Nishanta, faccia da
bravo ragazzo, pantaloni stirati perfettamente e una
domanda che gli scappa di bocca ogni dieci minuti: «Non
la troverò più una famiglia buona come
i Grego, vero?». No, non la troverà più.
Nishanta è reo confesso, colpevole di un omicidio
brutale, ma libero e - secondo le leggi dello Sri Lanka
- non perseguibile perché il reato è stato
commesso all'estero. Tra i due Paesi, inoltre, non esiste
trattato di estradizione. E comunque la polizia srilankese
sembra credere alla versione di Nishanta. Una versione
che emerge dagli interrogatori fatti d all'Interpol
a Colombo e dalle stesse Parola dell'ex maggiordomo,
per tre anni impiegato nel bell'appartamento di piazza
Repubblica della dottoressa Grego: «Ho perso la
testa perché avevamo litigato. La signora voleva
che mi fermassi a dormire, ma io mi ero rifiutato. E
mi sono visto gettare in faccia dell'acido. Mi sono
voltato di scatto e l'acido è finito sulla schiena».
Pronunciate queste Parola, Nishanta alza la camicia
bianca per mostrare una lunga cicatrice lungo le scapole.
Nel cortile di casa, tra le palme da cocco, gli zii
annuiscono. I monaci buddisti, seduti sulle stuoie per
terra, sono concentrati nella preghiera. Ma il racconto
di Pereira Sudath Nishanta contrasta con tutti gli atti
giudiziari raccolti finora: la maglietta ch e indossava
quella sera, per esempio, non ha una sola goccia di
acido. L'ambasciatore d'Italia a Colombo, Maurizio Teucci,
non ha dubbi: «Il gesto del buttare l'acido appartiene
alla cultura popolare singalese: è ciò
che fa, o faceva, la moglie quand o scopre il marito
infedele. L'omicida, nel tentativo di cercare attenuanti,
ha applicato al contesto milanese altoborghese della
famiglia Grego i modelli culturali del suo Paese».
«Sono sicuro che la polizia italiana ha trovato
per terra una botti glia di ammoniaca», ribatte
Nishanta con uno sguardo serio. Ma è l'ammoniaca
usata per cercare di cancellare le macchie di sangue,
come hanno stabilito le perizie. Nishanta conserva in
una busta tutti i ritagli di giornale che parlano di
lui. Ne è quasi orgoglioso. «Vede - dice
- dappertutto dicono che sono un bravo ragazzo, che
mi vestivo bene». E' vero. Ma la storia di Pereira
Sudath Nishanta, in realtà, è la storia
di un grande, tragico equivoco. Era sempre impeccabile.
Sognava di diventare il figlio adottivo della propria
padrona di casa. Una volta l'aveva abbracciata dicendole:
«Lei è come la mia mamma». Ma non
era mai riuscito a integrarsi. Niente fidanzate, niente
amici. Ora tra Italia e Sri Lanka si tratta sul suo
futuro. La fam iglia di Pereira Nishanta però,
fa quadrato. Esistono intercettazioni telefoniche, depositate
in tribunale, nelle quali i parenti del domestico concordano
tra di loro una trama innocentista basata sulla famosa
cicatrice e addirittura su un'improbabil e relazione
tra vittima e carnefice. «Tutte invenzioni. La
follia omicida è scattata quando è stato
sgridato perché, nonostante la gastrite, continuava
a bere. Quella sera mia madre lo ha sorpreso con il
vino del sabbath. Sudath ha ucciso mia madre usando
due coltelli, di cui uno si è rotto. Poi l'ha
lasciata in agonia per ore. E infine è fuggito.
Io voglio solo che venga arrestato. Uno come lui non
può restare libero», ripete Susanna Grego,
figlia della vittima. Ma l'ex maggiordomo, per ora ,
è al sicuro. Vive a casa della sorella, in fondo
a una strada fangosa. Ogni tanto lavora dallo zio, in
un'agenzia telefonica dove gli abitanti del quartiere
vanno a fare le fotocopie o a parlare con i parenti
emigrati all'estero. Frequenta il tempi o buddista.
«I monaci mi dicono di smettere di piangere»,
dice. Forse gli consigliano anche di consegnarsi volontariamente,
perché quello è il suo karma, il suo destino.
E lui, seduto nella veranda sotto le palme, chiede ancora:
«Ma siamo sicuri che in Italia non avete la pena
di morte?».
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