| PEC
(Kosovo) - Quando gli hanno chiesto se voleva andare
in missione all'estero, questa volta Felix voleva rispondere
di no. È vero, viene da un paese in provincia
di Gorizia che si chiama Ronchi dei Legionari, nome
propizio per chi fa il suo mestiere. È vero:
quando corre sulle scale dei condominii sbrecciati di
Pec, con l'M-12 Parabellum che in un attimo potrebbe
fare ta-ta-ta-ta, ha grinta da vendere e gli vengono
fuori paroline non proprio dolci dirette ai criminali
di ieri, quel li che hanno ammazzato gli albanesi, e
ai criminali di oggi, quelli che bussano casa per casa
per rubare, minacciare, cacciare i vecchi se sono serbi
o zingari. Ma Felix ha la fidanzata incinta. E i sei
mesi di Sarajevo - finiti in febbraio - se li s entiva
ancora addosso. Di ritornare ad «essere h-24»
- operativo 24 ore su 24 - non aveva voglia. Poi si
è reso conto che non poteva non esserci.
Così il maresciallo Gianluca Feliciosi, 27 anni,
fisico piccolo e bicipiti grossi, ha detto di sì.
Basco, mimetica, 50 chili tra bilancieri e pesi, perché
a quelli non si rinuncia neppure in guerra, ed è
partito. Carabiniere a Pec. Vorrà dire che l'indennità
di trasferta, 87,4 dollari al giorno, gli servirà
per sposarsi.
Alle 8.30 del mattino, nel cucinino della stazione dei
carabinieri, vanno via in fretta le brioches spedite
in Land Rover dal battaglione logistico. Si fa colazione
in piedi, in quella che - quando lì c'era il
comando della polizia serba - era la camera oscura dove
si sviluppava no le fotografie dei «terroristi»
albanesi. I carabinieri sono 21, compreso il comandante
Bergamo. I primi tempi correvano dappertutto notte e
giorno. Ora si possono concedere il lusso della brioche,
che è un panino imbottito di marmellata d'ordinanz
a. Felix si agita. È il capo di una pattuglia
- gli altri si chiamano Cinghiale e Toki, veterani della
Bosnia - attiva su tutte le emergenze.
L'edificio è protetto da sacchi di cemento. I
21 uomini del 7ã Battaglione Carabinieri Trentino Alto
Adige h anno pistola, caricatori e manette. Sul braccio
c'è la fascia nera che dice MP, polizia militare.
Alle 8.40 arriva un'anziana serba. Felix la porta a
fare ciò che, in un mondo lontano, chiamano «sporgere
denuncia»: dice che i militari dell'Uck le h anno
intimato di andarsene da Pec entro le 12, pena la pelle.
La serba ha troppa paura per resistere. Venti minuti
dopo, Felix salta sulla Land Rover. Toki guida. Cinghiale
seduto dietro con il fucile spianato. La vecchietta,
in abiti che trent'anni fa erano dignitosi, ha due valigette
in mano. Si va al patriarcato, il convento serbo-ortodosso.
Da lì la faranno fuggire in Montenegro. È
un servizio taxi che, se gli italiani non le offrissero,
probabilmente le costerebbe la vita.
Alle 9.15, di ritorno alla base, arriva la notizia che
a Djacovica è stato ucciso un bambino zingaro.
Bisognerà andarci. Poi si presenta un uomo: il
suo pozzo è pieno di cadaveri. Alle 9.20 arrivano
due contadini a chiedere sacchi per altri cadaveri in
altri pozzi. Felix e l'interprete spiegano che sono
finiti. Il colonnello Bergamo si mette alla testa delle
pattuglie che controlleranno le fosse comuni «di
giornata». Felix promette ai due contadini dei
sacchi: «Veniamo questo pomeriggio al mille per
mille».
Ma c'è un'altra sorpresa: i rappresentanti di
un villaggio di musulmani bosniaci vengono a dire che
gli albanesi li minacciano ogni notte con i fucili.
Dovranno pazientare fino a domani. Felix raduna Cinghiale
e Toki. «Vi brifo velocemente», dice. Il
b riefing consiste in sette Parola: cadaveri in un pozzo
in località Streoc. Alle 10 siamo lì.
L'altra squadra tira su il primo cadavere. Per Felix
«qui han cercato di essere più furbi che
in Bosnia».
Un carabiniere altoatesino, Fritz, parla in tedesco
con i contadini della zona che hanno fatto gli operai
in Germania. Felix riparte verso Djacovica, sotto un
caldo soffocante. Lì, l'accampamento di zingari
è stato più volte minacciato. Il bambino
non è morto: era un trucco per attirare gli italiani.
L'esercito protegge da due ore l'accampamento con i
carri armati, ma non può tenerli lì per
sempre. Che fare? Felix nomina ambasciatore degli zingari
Yusuf, l'unico che parla italiano. «Yusuf, ascolta
bene: se a me dicono di andarmene da casa mia, i o mi
rifiuto. Tenete duro. Noi vi aiuteremo», ripete.
Yusuf non è convinto: «Troppa paura noi».
Felix rilancia: «Ti do 10 minuti per far rientrare
i tuoi e i bambini, in casa. Qui, sulla strada, sono
in pericolo». I carri armati rombano, a beneficio
degli zingari. Cinghiale sorveglia, fucile in mano.
Sulla jeep il maresciallo Feliciosi si lascia andare:
«Ma come fa il nostro esercito a scortare 400
zingari in Montenegro? E chi l'ha detto che il Montenegro
li vuole? Non la vedo bene».
Ore 12.30 , dopo mille buche di una strada impolverata,
si va al battaglione logistico del Garibaldi, ex fabbrica
di auto Zastava. Il miglior ristorante della città:
oggi in menù ci sono pasta, pollo, arance. La
tv è accesa, il tg parla di vacanze. Felix non
c hiama casa da una settimana. Le linee militari sono
sovraccariche, quelle civili semplicemente non esistono.
Si torna al comando. Alle 15 salta fuori che reparti
speciali dell'Uck hanno assegnato l'appartamento della
serba appena fuggita a Leonora Br dynaj, ragazza albanese
la cui casa è bruciata. Felix le chiede il nome
del miliziano Uck. Niente da fare. Ore 16, si va agli
ultimi pozzi. Sono in una fattoria sperduta.
La gente attendeva i carabinieri seduta per terra. Fino
a un mese fa qui stav a un commando serbo: ci sono ancora
le siringhe, forse si drogavano. I pozzi sembrano vuoti.
Torce e specchi non mostrano alcun cadavere. Ma c'è
puzza. I contadini spiegano che altri 40 cadaveri sono
sulla montagna, e forse è minata. Si torna a
Pec. Felix fa rapporto. Poi a fare ginnastica. Ore 22.45:
un lontano check point di bersaglieri - veri eroi silenziosi
della missione italiana in Kosovo - ha fermato 6 dell'Uck
armati senza autorizzazione. Felix e i suoi li mettono
in cella. Poi si va a dormire. Niente lenzuola, solo
sacchi a pelo. Questa notte sparano. Qualche casa brucia.
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