| INDIA
- Chissà a chi finirà in regalo, questo
Natale, il pallone numero 8 8014966 950103 della premiata
ditta Globo Sport Spa. A vederlo, nella capanna di lamiera
dove vive la famiglia di Githa, è una morbida
meraviglia di cuoio bianco, cucita interamente a mano
e - come ricorda il marchio - «di misura ufficiale
per la pallavolo olimpionica». Dal prossimo gennaio,
più modestamente, inizierà a rimbalzare
nei cortili e negli oratori di tutta Italia, leggero
come una piuma. Facile dimenticarsi che la sua, invece,
è una storia pesante. Anzi, pesantissima. Perché,
anche se sembra tutto solo un gioco da ragazzi, il pallone
codice 8 8014966 950103 è gonfio di fatica, sfruttamento,
miseria. E, per fabbricarlo, mamma Githa e i suoi tre
sottili bambini hann o dovuto trovare dentro di sé
tonnellate di quella strana energia della rassegnazione
che è l'unica risorsa abbondante nella bidonville
di Gandhi-Chowk, periferia puzzolente di Jalandhar,
Stato del Punjab, India. Ovvero nel cuore industriale
della pi ù grande democrazia del mondo. Vicino
alla valvola di gonfiaggio la Globo Sport Spa ha fatto
stampare la scritta, in italiano e in inglese: «Garantito:
non viene impiegata manodopera infantile - Garanteed.
No Child Labour». Purtroppo è una bugia.
U na delle tante che, con il consenso o meno dei produttori
mondiali di articoli sportivi e giocattoli, vengono
dette per conservare quello che gli industriali in turbante
di Jalandhar chiamano con orgoglio «il nostro
margine competitivo». Una bugia pe rché
quel pallone bianco l'ho visto appoggiato sulla stuoia
di juta, nella capanna che Githa ha decorato con foto
delle divinità Sikh e dei divi impomatati del
«Punjab-pop». Le mani che lo cucivano erano
quelle di Angelj, la figlia dodicenne di Githa . Una
bambina a suo modo fortunata: al contrario di molti
amici delle baracche vicine, di giorno va a scuola e
i palloni li cuce solo dal pomeriggio fino alle 10 di
sera. Inginocchiata, concentrata e con le dita piagate
dagli aghi. «Ci danno 15 rup ie per ogni pallone.
Riusciamo a cucirne tre o quattro al giorno. Siamo io
e i miei tre figli, tutti sotto i dodici anni. Mio marito,
invece, è riuscito a trovare un lavoro in città.
Il cognome? No, non posso dirlo. I sensali, quelli che
ricevono il lavoro dalle fabbriche, ci hanno ordinato
di non parlare con gli stranieri». Mentre Githa
racconta, due uomini scesi dalla bicicletta ci osservano
con i bastoni in mano. Sono gli intermediari che le
fabbriche impiegano per distribuire nelle case le s
trisce di pelle, caricate su ricsciò, e poi ritirare
i palloni finiti. Con loro non si scherza. Nei mesi
scorsi, nel vicino Pakistan, in quella regione di Sialkot
dove migliaia di bambini producono l'80 per cento dei
palloni di tutto il mondo, i me zzani hanno malmenato
alcuni fotografi americani. E anche i giornalisti che
superano questo ostacolo, ne trovano un altro: la propria
coscienza. «In un villaggio qui vicino viveva
Sonia, 11 anni, cieca. L'abbiamo trovata che cuciva
palloni con la fac cia del campione inglese Eric Cantona.
Guadagnava 350 lire all'ora», racconta Kuldip
Chand, il timido volontario dell'associazione umanitaria
indiana Arpan. All'inizio Sonia sembrava la testimonial
perfetta per la campagna contro lo sfruttamento dei
bambini. Ma la vicenda si è conclusa in modo
disastroso. «Dopo un grande reportage sul periodico
americano Life, Sonia e la sua famiglia sono state cacciate
dal villaggio. I loro compaesani non li volevano più
con loro - racconta Kuldip - perché i me zzani
avevano ritirato gli ordini. In pratica, a causa di
Sonia, l'intero villaggio era stato ridotto alla fame.
Siamo dovuti intervenire noi, pagandole una scuola.
Altrimenti a quest'ora Sonia sarebbe morta». A
vedere le catapecchie di Gandhi-Chow k, di Bastibawakhel,
di Badhaliwal e delle altre bidonville vicino a Jalandhar
sembra impossibile immaginare che gli interessi economici
in gioco siano così alti. Sono case povere, dove
mucche e bufali spelacchiati ruminano tra la spazzatura.
Non ci sono fognature, telefoni, ospedali, medicine.
E' un'immensa periferia da Terzo Mondo, che il resto
dell'India considera privilegiata perché, almeno,
qualche fabbrica ce l'ha. Ma i conti sono presto fatti:
le 15 rupie che Githa e i suoi bambini guadag nano per
ogni pallone equivalgono a 675 lire. In dodici ore di
lavoro senza soste, i più rapidi riescono a cucire
quattro palloni. I più, tre. Significa che bambini
come Masih, Pintu, Shiobaran e tutti gli altri che lavorano
intorno a Jalandhar vengo no pagati 170 lire all'ora.
«L'Italia importa 2,8 milioni di dollari all'anno
in palle e palloni. Per non parlare dei guantoni di
pugilato e delle mazze da hockey», dice Jay Singh,
l'oscuro eroe dei bambini di Jalandhar. E' un omone
massiccio, ex i ngegnere navale, che vive in una casa
sporca e disordinata nei vicoli di Phillaur, un altro
centro industriale dell'area. Singh ha l'hobby di citare
in giudizio politici e latifondisti del Punjab che utilizzano
lavoro minorile o schiavi adulti per la vorare nelle
proprie fabbriche e tenute agricole. Con lui al fianco,
basta trascorrere un giorno nelle bidonville per compilare
un lungo elenco di celebri marche che quando scrivono
sui loro palloni «cucito a mano» dovrebbero
aggiungere «dalle mani di bambini tra i sette
e i 14 anni». Ecco l'elenco dei palloni visti
in lavorazione in un sabato qualsiasi di dicembre: Puma,
Mitra, Nivia, Cosco, Arsenal (pallone ufficiale della
squadra di serie A inglese), Uhl Sport, Sondico, Minerva,
Sport Chale t, Blackbourne (altra squadra di calcio
inglese), Spartan, Nestlè (i gadget regalati
insieme alle merendine), Universal (da pallavolo) e
Mondo Spa. Molti hanno il simbolo di Francia '98: ufficialmente
approvati dagli organizzatori del campionato mond iale
di calcio. La Mondo è un'azienda italiana con
sede a Gallo d'Alba, in Piemonte. Fornisce palloni alle
Olimpiadi sin dai giochi di Montreal. Quelli cuciti
a mano - alcune decine di migliaia all'anno - li importa
dal Pakistan o dall'India. Quand o compra in Punjab,
non negozia con i mediatori, ma con grandi aziende come
la Mayor & Co. «Chiediamo assicurazioni scritte
che quei palloni non vengono cuciti da bambini. Dal
punto di vista legale siamo a posto. Cosa poi succeda
davvero, non posso a ssicurarlo - dice il responsabile
finanziario Gianfranco Prato. - Di certo so che, grazie
all'industria dei palloni, Jalandhar ha più scuole
che altrove e nei capannoni di bambini non se ne vedono».
Peccato che «solo il 20 per cento della manodoper
a del settore lavori in fabbrica. Gli altri cuciono
da casa, senza alcun controllo», come spiega Jay
Singh. D'altra parte, il lavoro minorile è vietato
dalla legge indiana solo nelle attività pericolose.
E l'industria del pallone non è considerata ta
le. Ma esiste una Convenzione Onu sui diritti dei bambini
- firmata anche da Italia e India - che afferma, all'articolo
32, il «diritto del bambinio a non venir sfruttato
economicamente». Secondo uno studio dell'organizzazione
umanitaria Christian Aid, in India 90 milioni di bambini
tra i sei e i 14 anni non vanno a scuola. Di loro, più
della metà lavora a tempo pieno. In un ufficio
di New Delhi, nel caos e nello smog opprimente della
capitale indiana, c'è l'ufficio di un'altra organizzazione
- la Saacs - che li vuole difendere con un progetto
ciclopico: far marciare per 80 mila chilometri in decine
di Paesi di Asia, Africa e America Latina le rappresentanze
dei bambini sfruttati, terminando il prossimo 1 giugno
a Ginevra, davanti alla se de dell'Organizzazione mondiale
del lavoro. «Ce la faremo, anche se sembra una
follia», dice Alam Rahman, un frenetico canadese
di 26 anni di origine indiana che, dopo l'università,
è tornato nella patria dei suoi genitori per
lavorare come volontari o anti-sfruttamento. Duecento
chilometri più a Nord, nel bazaar di Jalandhar,
Davinder Mahajan ride a sentir parlare di marce e di
campagne. La sua azienda, la Mahajan Enterprises, non
si ferma di fronte a nulla. Fingendo di essere un imprenditore
italiano che vuole comprare palloni-giocattolo in occasione
della grande kermesse di Francia 98, ci si sente promettere
da mister Mahajan: «Ecco il catalogo. Partiamo
da 3,44 dollari al pezzo. Se vuole, ci stampiamo sopra
che non è fabbricato con lav oro infantile. Stampiamo
qualunque cosa lei desideri. Non si preoccupi: tanto,
chi fa poi i controlli?». Non è una vergogna
lontana e astratta. E non vale solo per i palloni-giocattolo,
quelli che si comprano nei supermercati italiani per
20 mila l ire. Ogni domenica, quando una squadra manda
in campo i propri miliardari, li fa giocare con sfere
da 120 mila lire l'una: ricordiamoci che a farle rotolare
la prima volta, nelle bidonville di Jalandhar o di Sialkot,
sono state le mani di un bambino.
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