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un dagherrotipo tratto da un archivio storico dell'Ottocento:
una lunga fila di ragazzini seminudi camminano lenti
nel deserto; li guida un uomo in sottana bianca - forse
un arabo - che nasconde il volto; il sole è quello
eterno dell'Africa, in un angolo del Sudan meridionale
che si chiama Madhol.
La fotografia, invece, viene dalla cronaca dei nostri
giorni. La carovana di schiavi catturata dall'obiettivo
è una delle tante che marciano silenziosamente
attraversando la regione del Sahara, esattamente come
accadeva due secoli fa. Guidate da mercanti che vendono
schiavi nei Paesi del Golfo, Egitto e Medio Oriente.
Nell'immagine mancano le catene, ma solo per una ragione:
quei bambini sono appena stati liberati, anzi riscattati,
dall'organizzazione umanitaria svizzera Christian Solidarity
International.
Pagando 180 mila lire a testa - tanto viene quotata
una vita umana alla Borsa della schiavitù moderna
- gli inviati di Christian Solidarity li hanno trasformati
in liberti. E il mercante di uomini si comporta come
un qualsiasi rappresentante di commercio: fatto l'affare,
consegna la «merce» a domicilio, cioè
nel piccolo campo profughi allestito dall'organizzazione
umanitaria in mezzo al deserto.
Di ragazzini come quelli l'Africa è piena. La
tratta degli schiavi è stata abolita dagli Stati
Uniti nel 1808, dalla Francia nel 1815, dal Portogallo
nel 1830.
Eppure, il commercio è ancora in pieno svolgimento
in diversi Paesi africani. Negli ultimi tre anni i guerriglieri
della Lord Resistance Army (un gruppo ribelle del Nord
dell'Uganda) hanno rapito 10 mila bambini tra i 10 e
i 15 anni nei distretti di Gulu e di Kitgum. E li hanno
trasformati in soldati, in carne da cannone da mandare
all'attacco contro l'esercito regolare ugandese. In
Mauritania sarebbero 90 mila gli schiavi ancora in catene.
Nel Sudan - spaccato tra Nord islamico e Sud cristiano
e animista - gli schiavi sono molti di più. Tutti
catturati nelle regioni meridionali del Paese, soprattutto
tra i villaggi della minoranza Denka. Secondo la Anti
Slavery Society, cioè l'associazione londinese
che nell'Ottocento guidò il movimento abolizionista
ma che non si è mai sciolta, molti schiavi arrivano
in Europa attraverso i Paesi del Maghreb. Molti finiscono
nei Paesi arabi, dove il concetto di schiavitù
domestica non è mai stato del tutto rinnegato.
I governi africani e arabi reagiscono a queste accuse:
l'Occidente, dicono, ci vuole screditare. Ma la Chiesa
cattolica testimonia il contrario. Il nunzio apostolico
a Rumbek (Sudan), monsignor Cesare Mazzolari, ha recentemente
confermato al quotidiano Avvenire di aver riscattato
trecento bambini, ma di aver poi rinunciato a questa
forma di liberazione perché «è una
goccia d'acqua nel mare».
In sostanza, lo schiavismo non può essere combattuto
solo con i dollari. E' all'opinione pubblica internazionale
che tocca fare la voce grossa, dopo aver fatto finta
di nulla.
Il gruppo Christian Solidarity ha raccolto decine di
testimonianze agghiaccianti tra gli 800 schiavi liberati
finora con il riscatto. Sono voci molto chiare: uomini
e donne strappati alla loro vita per finire nei campi,
nelle fabbriche, nelle case private di chi li ha comprati
seguendo un preciso listino di prezzi. La compravendita
avviene in certe località - disseminate lungo
le vecchie carovaniere - che tutti conoscono come mercati
specializzati in esseri umani. Come per gli africani
che finivano nelle piantagioni di canna da zucchero
delle Antille o delle Americhe, questi schiavi moderni
finiscono senza nome, senza identità, senza stipendio,
senza famiglia. Ostaggi per sempre, senza alcun diritto.
Sfruttati come animali, lontani da sguardi indiscreti.
L'Africa è ancora in catene, ma l'Occidente fatica
a capire. Sembra impossibile che la schiavitù
esista ancora in questa forma antica. Ma Daniele Comboni,
il missionario che fu primo vescovo di Kartoum, aveva
lanciato il primo allarme: «L'abolizione dello
schiavismo, deciso dalle potenze europee a Parigi nel
1856, è lettera morta per l'Africa Centrale!».
Una frase che i suoi successori continuano a ripetere
tale e quale, un secolo dopo.
«E' un tema su cui si toccano sensibilità
enormi. Per una parte del mondo islamico, la schiavitù
fa parte di una tradizione antica difficile da superare»,
dicono alla Anti Slavery Society. Le ragioni della politica
impongono prudenza.
E il traffico d'uomini prosegue. Il riscatto, quando
arriva, arriva troppo tardi. Come dice Bol Majok, un
ragazzo sudanese di 11 anni: «Mi hanno liberato,
ma ho perso la mia famiglia. Sono solo e non so cosa
fare di me». Uno dei tanti che, forse, si porteranno
per sempre le catene addosso.
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