| BIHAC
- Aladdin è partito con un gelato in mano. Suo
papà teneva le grucce. Sanja aveva raccolto tutta
la sua breve vita in una bellissima valigia dei sogni:
la scatola di cartone del ferro da stiro comprato dalla
mamma prima della guerra. Dentro tesori preziosi e struggenti:
una ciabattina di gomma, una sola, quella del piede
destro; uno specchietto, un rossetto nuovo, del cioccolato,
una bambolina e un pettine di plastica. Li abbiamo portati
via da Bihac così, tra le lacrime di chi restava
e di chi partiva. Abbiamo pianto tutti, perché
Aladdin e Sanja sono due bambini speciali, perché
Bihac è una città speciale, perché
la voglia di aiutare è scattata una sera a cena
all'ambasciata italiana di Zagabria.
«Prendiamoli subito con noi, sull'autobus dei
giornalisti. Devono essere curati prima possibile in
Italia, l'ospedale di Budrio ha già dato l'ok,
le famiglie pure. Portiamo Aladdin e Sanja con noi».
E anche quella è stata una cena speciale.
Aladdin ha 5 anni, Sanja 7. A entrambi manca una gamba.
Sanja è stata maciullata da una granata sparata
dai serbi, con i cannoni che fino a dieci giorni fa
erano lassù sulle colline che circondano Bihac,
il 17 gennaio del 1993. Era uscita per giocare con lo
slittino sulla neve. L'ha vista arrivare dal cielo,
pochi attimi dopo era per terra nella neve diventata
improvvisamente rossa. Aladdin, un piccolo angelo biondo
con gli occhi celesti, ha incontrato la sua bomba il
9 luglio del 1994. Anche lui stava giocando in un cortile
con altri bambini. Suo zio l'ha raccolto da terra e
l'ha portato in braccio dalla mamma, che aveva sentito
l'esplosione ed era uscita di casa di corsa. Aladdin
è timido e silenzioso. Sanja una chiaccherina
con una frangia impertinente, che si colora le unghie
di rosso con i pennarelli.
Li abbiamo portati a Zagabria ieri sera, guidati dal
funzionario della Cooperazione italiana Marco Beci,
lunghi anni di Africa alle spalle e barba da marinaio
saggio. Beci seguiva l'autobus sull'auto fornita dall'ambasciatore
Pensa, che ha ottenuto tutti i permessi in una frenetica
domenica mattina. Erano in tre: i due bambini, divenuti
celebri qualche giorno prima perché i primi giornalisti
arrivati a Bihac li avevano trovati saltellanti e felici
nelle strade della città, e il papà di
Aladdin. Si chiama Abdullah, ha 27 anni ma ne dimostra
venti di più e quando l'abbiamo avvertito che
era ora di fare i bagagli ci ha sorriso come si fa con
i bebè o con i matti e poi ci ha spiegato con
dolce pazienza: «Mi dispiace ma non ho nulla da
portare con me. Ho solo una camicia, quella che indosso.
La stessa da un anno. Un solo paio di scarpe. Non ho
più biancheria e in tasca ho l'equivalente di
500 lire. Io sono pronto anche subito».
C'era la fisarmonica, d'accordo. Abdullah, prima della
guerra, la suonava ai matrimoni e alle riunioni dei
partigiani. Ma quella è pesante e non può
venire in Italia. «E poi tornate presto, vero?»,
gli ha chiesto tante volte Ista, sua moglie. Le abbiamo
tutti detto una bugia; «Sì, prestissimo».
E lei ha risposto, mentre allattava la piccola Asra,
7 mesi: «Io spero che Aladdin abbia una vita più
felice in Italia, anche se non trova la lampada magica
che rende tutto possibile. Chiedo solo che gli diano
una nuova gamba, artificiale, in modo che possa giocare
e correre con i suoi coetanei e non si senta emarginato».
Ista è contenta, ma è anche disperata:
«Siete venuti a prenderlo così presto,
io credevo di potermelo godere ancora una settimana.
Sta accadendo tutto così
velocemente. Siete sicuri?».
E' difficile rassicurarla, è difficile far finta
di nulla. Basta sentire la sua storia per capire che
in questo momento una famiglia si sta spezzando, se
non per sempre almeno per un po'. «Non ci siamo
mai separati prima d'ora, eravamo sempre insieme»,
sussurra lei, con quel suo volto pallido e affilato.
Non glielo avevano detto che avrebbero tagliato la gamba
di Aladdin. Il medico ha spiegato a Abdullah che non
c'era alternativa alla cancrena. Lui ha accettato, ma
non ha avuto il coraggio di dirlo alla moglie fino a
quando il piccolo non è stato dimesso. «Da
allora è cambiato, è diventato un bambino
introverso. Sa di essere diverso dagli altri»,
dice Ista tra i singhiozzi. Gli ultimi momenti a casa
Hodzi sono strazianti. Aladdin è in ginocchio,
con il suo moncherino che fa perno sul pavimento. I
soldati croati hanno fretta, bisogna partire. Mezza
Bihac si raduna attorno all'autobus. Qualcuno allunga
un sacchtto di plastica con i «viveri» per
il viaggio: gomme da masticare, patatine, un'aranciata.
Anche i vicini di casa sono arrivati. Volevano bene
a Aladdin il taciturno. Il papà di Sanja, un
ex commesso di farmacia, le dice: «Ti ricordi
quando andavamo insieme sulla collina? Non piangere,
tra poco ci torniamo insieme. Fra poco ti veniamo a
trovare in Italia». Un'altra bugia a fin di bene:
non ci sono i soldi. Forse gli italiani potrebbero aiutarli,
basterebbero poche lire, ma per il momento resta un
sogno.
«Vedi quella casa che brucia? Era di un serbo».
Papà Abdullah si gusta questa piccola inutile
vendetta dal finestrino del pullmann targato Zagabria
che corre lungo l'ex Krajina, da una settimana terra
redenta. Lui è bosniaco musulmano, in casa ha
il ritratto del presidente Alija Izetbegovic e alcuni
versetti del corano dipinti sugli specchi del soggiorno.
Per il suo Aladdin è stata dura lasciare la mamma,
la sorellina e la casa. Le amichette gli hanno detto
ciao mentre sugli occhi gli scendevano due giocciolone
di lacrime. Adriana, Mirela, Emina e tutte le altre
bambine del caseggiato lo hanno aspettato fuori dalla
porta.
«Ha gli occhi più belli del mondo»,
ha detto Emina, 11 anni. Si sono ricordate di quando
era tornato a casa dopo l'amputazione. «Continuava
a chiedere: ma dove è finito quel pezzo della
mia gamba? Lo voglio rivedere». La sua «fidanzatina»
ha le treccine ed è triste. «Quando gli
chiedavamo di raccontarci della granata lui scappava.
Non ha mai voluto dirci come è andata. Dopo i
primi giorni ha sempre evitato l'argomento».Aladdin
è sceso saltellando su una gamba sola dalle scale
del suo pianerottolo. Ancora saltellando è salito
sull'autobus, senza mai sorridere, serio e ubbidiente
come un soldatino. A metà strada, a Karlovac,
gli abbiamo comprato un gelato. Attorno a lui e a Sanja
si è creata una piccola folla di curiosi e di
fotografi. Il ghiaccio lo ha spezzato come sempre Sanja:
«Ma allora adesso vedremo il mare? E nel mare
ci sono pesci grossi?». Aladdin l'ha guardata
e ha detto: «Io voglio già tornare a casa».
Invece andrà all'ospedale di Budio, vicino a
Bologna, che insieme ad altri enti locali ha offerto
l'assistenza sanitaria. Aladdin dovrà essere
operato e l'arto artificiale che verrà costruito
dovrà essere cambiato
molto spesso per adeguarsi alla sua crescita.
Ieri sera Aladdin, Abdullah e Sanja hanno dormito nella
residenza dell'ambasciatore Pensa a Zagabria. Oggi si
metteranno in viaggio. Un colonnello dell'esercito croato,
il capo della scorta militare che ha accompagnato l'autobus,
dice: «Ormai i bambini di Bihac giocano solo con
i kalashnikov di legno. Avete fatto un grande regalo
a portali via. In Italia gli darete delle nuove gambe
e spero anche una nuova vita lontana dall'odio».
Aladdin ci guarda.
Ha paura. Per lui è solo un grande salto nel
vuoto.
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