| ARGYOSTEFANOS
(Atene) - E' in tuta e zoccoli, con qualche traccia
di smalto sulle unghie. Peserà sì e no
quaranta chili, con la frangetta sugli occhi verdi.
Ma gli omaccioni baffuti del campo-profughi di Argyostefanos,
un sobborg o-bene a 20 chilometri da Atene, dipendono
tutti da lei: è l'unica che parla inglese. Per
le 150 persone accampate nell'ex albergo abbandonato
di questo villaggio greco, tra poltrone rotte e pezzi
di abatjour, la fragile Hero è l'unico mezzo
per comu nicare con il mondo esterno. Ma la curda Hero
ha anche una propria storia da raccontare. Eccola, tappa
per tappa, umiliazione dopo umiliazione.
«Mi chiamo Hero Jaff, sono laureata, ho 23 anni
e scusatemi se ogni tanto mi emoziono. Da un po' di
temp o mi succede spesso: rido e piango, piango e rido.
Non so cosa mi prende: sarà il nervosismo, sarà
il fatto che sono sola ed è la prima volta che
mi trovo lontano da casa e dai miei genitori. Le lingue?
Le ho imparate sui libri. Prima di fuggire ero prigioniera
di una dittatura spietata, non potevo certo viaggiare.
Comunque, questa è la mia storia. Ve la racconto
per sfogarmi, ma anche perché voi italiani meritate
di sapere la verità. E io spero di riuscire a
venire presto in Italia per ricominc iare tutto da capo.
Sono stanca di vivere di carità, in questo albergo
dai vetri rotti. E' una zona elegante, piena di chalet,
di belle macchine e di ristorantini dove arrostiscono
la porchetta. Ma io non sono qui per questo. Non sono
finita in Greci a per fame o miseria, ma per colpa di
una disgustosa guerra civile tra fazioni curde. Tutte
egualmente colpevoli. Tutte impegnate a tradire la propria
gente per i giochi di potere.
Se vi raccontano che scappiamo per ragioni economiche,
non credeteci. Ci lasciamo alle spalle un lavoro, una
casa, un'auto, insomma le cose normali che avete voi.
E abbiamo in tasca dollari e marchi. Ma per mantenere
la dignità non bastano. «Fino a qualche
settimana fa in tasca avevo anche un passaporto iracheno,
pe rché vengo da una città che si chiama
Suleymania, nel Kurdistan occupato dal dittatore Saddam
Hussein. Non ditemi che sono irachena, perché
mi sento solo curda. Il passaporto l'ho buttato, come
fanno tutti, nel fiume Evros, quello che divide Turchia
e Grecia: se la polizia greca te lo trova addosso può
rispedirti a Bagdad. Cioè a morte sicura. Così,
invece, potrei anche essere turca o siriana o iraniana.
E, nell'incertezza, non vengo rimandata da nessuna parte.
«Avevo anche un fratello: l'ho perso per strada,
lungo il viaggio che mi ha portato in questo edificio
abbandonato. E' un paradiso a cinque stelle rispetto
alle tende dove sono rimasta per settimane, sotto la
pioggia di novembre. Al primo piano abbiamo riaperto
le cucine. Nella ver anda io faccio scuola ai bambini,
perché a Suleimanya ero di ruolo alle elementari.
Ma non ci fa bene stare qui, a impigrire. Noi vogliamo
lavorare. Tra le 150 persone che vivono sui materassi
buttati per terra ci sono ingegneri, professori, commerci
anti. Io dormo nell'ex stanza numero 25, con una famiglia
di insegnanti. «Il mio viaggio è iniziato
in una cittadina del Kurdistan iracheno che si chiama
Dohuk. Lì, e nella vicina Zakho, un'organizzazione
di turkmeni vende i visti per la Turchia. I turkmeni
sono una minoranza di lingua turca che vive in Irak.
Si sono alleati al governo di Ankara, al leader curdo
Barzani e a Saddam. Tu vai da loro, dici che vuoi partire
e paghi: 600 dollari a testa se puoi aspettare settimane,
3000 dollari se v uoi partire la notte stessa. Sembrano
quasi contenti che ce ne andiamo. Ti danno un visto
per la Turchia della durata di dieci giorni. C'è
scritto - pensate - soggiorno turistico.
«Io e mio fratello abbiamo iniziato la "vacanza"
nel rimorchio di un Tir. Sempre al buio, senza mangiare
o bere o andare in bagno. Due giorni dopo ci siamo trovati
a Fatih, il quartiere di Istanbul dove i hanno sede
i trafficanti di profughi. Per una settimana abbiamo
dormito in alberghetti sporchi con centinaia di curdi,
pakistani e singalesi. Molti avevano già parenti
o amici in Germania o in Svezia. Volevano solo pagare
e ripartire. Io mi vergogno per coloro che si approfittano
di questa tragedia e ho cercato la via più legale:
sono andata all'ufficio dell'Alto commissariato dell'Onu
per i rifugiati e ho chiesto asilo politico. Mi hanno
risposto di no. Allora mi sono rivolta a un boss curdo
della mia città. Ha fatto lo sconto a me e a
mio fratello: centinaia di dollari invece di migliaia.
Siamo risaliti su un Tir e dopo 24 ore ci hanno scaricati
al confine tra Turchia e Grecia, sul fiume Evros.
«Quella notte faceva molto freddo. Eravamo in
132 e c'erano due barchette che ci aspettavano. Mi sentivo
così male che, a un certo punto, ho chiesto di
ess ere sbarcata. Ho detto a mio fratello: "Tu
vai avanti. Ti auguro buona fortuna. Un giorno ci rivedremo".
Ma lui ha voluto venire con me, insieme a una famiglia
che aveva dei poppanti vicini all'assideramento. Abbiamo
camminato fino alla città di Fere s, al di là
del confine. La gente ci ha ricoverati nella chiesa
ortodossa. Il mattino dopo abbiamo comprato dei biglietti
di autobus per Atene. Ma era una trappola. L'autista
ha chiamato i poliziotti e siamo tutti finiti in prigione.
Lì ci hanno picc hiati con i bastoni lunghi e
uno di noi si è messo a sanguinare così
forte che pensavamo morisse. I greci hanno chiamato
un medico. Erano le 4 di notte. Le famiglie con bambini
urlavano: "Per favore, non deportateci". Ma
sapevamo che saremmo stati ri spediti indietro quella
notte stessa. Sapete, i rimpatri avvengono il lunedì
e il mercoledì. E quello era proprio un lunedì.
«Io mi sono salvata perché parlo inglese.
Così i poliziotti mi hanno ordinato di accompagnare
il malato nell'ospedale di Al essandropoli, come interprete.
E' una città di confine dalla quale transitano
molti profughi. Lì un infermiere, mentre curava
il ferito, mi ha detto: "Hero, se torni a Feres
ti rimandano in Turchia. Vattene. Dirò che sei
scappata". Così, in corriera, sono arrivata
a Atene, nelle tende gestite dal partito curdo Pkk.
Mio fratello? E' stato deportato a Istanbul, massacrato
di botte. Ma me la sento: è uno di quei 10 mila
che stanno ritentando di partire in queste ore. Ci siamo
dati appuntamento. In Italia».
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