| PATRASSO
- «'Taliano! 'Taliano! Vieni qui. Ripeti quello
che hai detto. Ci volete dare l'asilo politico? Ma sei
sicuro? Solo a chi arriva a Otranto o a tutti quanti?
E quando scade l'offerta? Guarda queste botte sulla
caviglia. E guarda questa mano fasciata. Sono stati
i carabinieri di Brindisi, tre settimane fa. Era il
mio quarto tentativo e, come le altre volte, mi hanno
ributtato indietro, qui in Grecia, usando le maniere
forti. Perché ora dovrebbero aver cambiato idea,
quei carabinieri? 'Taliano, ascoltami. In Irak facevo
il giornalista anch'io. Da collega a collega, dimmi:
questa storia dell'asilo è un trucco?».
Nella stazione abbandonata di Patrasso, in mezzo ai
vagoni ferroviari trasformati in baracche da terremotati
della Storia, Jumal Ahmed e gli altri 350 curdi non
ci vogliono credere. Da due mesi fanno anticamera in
questo buco fetido rubato al porto, con qualche tenda
canadese ma niente bagni, niente cucine, niente riscaldamento.
Sono 350 curdi dell'Irak, fuggiti da Saddam Hussein:
gente che ha fatto la guerriglia sopravvivendo ai bombardamenti
chimici, al freddo delle montagne, alle incursioni dell'esercito
turco. Molti altri ce l'hanno già fatta e sono
in Italia. Chi è ancora qui ci prova, notte dopo
notte. Alla spicciolata perché il governo greco
non autorizza l'affitto di navi intere.
Jumal Ahmed parla un po' di inglese e i suoi amici,
tutti con i mustacchi e le mani callose, gli picchiano
sulla spalla per costringerlo a tradurre ancora allo
straniero la domanda che tutti stanno urlando: «Ma
se andiamo in Italia, non ci rimandano indietro? Davvero
ci autorizzano a restare?».
Il campo-profughi di Patrasso, 20 ore di traghetto da
Ancona e da Brindisi, è illegale come i disperati
che lo abitano. Una delle tante tappe di avvicinamento
di questa silenziosa via crucis, che sta trasportando
verso il cuore dell'Europa centinaia di migliaia di
curdi della Turchia e dell'Irak. Chi è arrivato
fin qui ha alle spalle avventure di ogni tipo e migliaia
di dollari pagati ai mediatori.
Per loro, ormai, l'Italia è vicina. Basta una
notte infilati nel Tir caricato a bordo di un traghetto
- e altri 500-700 dollari pagati a una «mafia»
curda vicina al partito Pdk del leader (ora filo-Saddam)
Massud Barzani - per mettersi la fame alle spalle.
La Grecia non ha scelta: per ragioni politiche (l'antica
rivalità con la Turchia) e logistiche (le frontiere
sono troppo permeabili per fermare l'esodo), si è
rassegnata a fare da piattaforma di lancio della grande
fuga dei clandestini curdi. Il rappresentante in Italia
del Fronte di liberazione curdo, Ahmet Yaman, ha annunciato
ieri che altre tre navi sono in questo momento in navigazione,
decise a raggiungere le coste italiane appena i timonieri
del racket lo ritengono opportuno. Due carrette sarebbero
partite prima di Capodanno da Istanbul e Cannakale.
Una terza nave, salpata ieri, sta attraversando l'Egeo.
In totale oltre un migliaio di profughi in arrivo, per
adesso ancora in oscillazione tra Grecia, Albania e
Puglia, ma decisi a tutto pur di arrivare in quella
che i profughi accampati nel fango di Patrasso chiamano
«la vera Europa». Cioè la Germania,
la Scandinavia, il Belgio. L'Europa dove i curdi possono
trovare posti di lavoro, alloggi presso amici e parenti,
organizzazioni politiche ansiose di reclutarli.
Per questo itinerario, la scelta di Patrasso sembra
ovvia: è un porto importante per l'Adriatico,
che di sera si riempie di camion arrivati da tutti i
Balcani. L'ideale per sbarcare in Italia senza dover
passare sotto le forche caudine della malavita albanese.
«All'inizio i curdi erano poche decine. Poi centinaia.
La gente li ha sfamati di nascosto. Per i greci il curdo
è un fratello perché è perseguitato
da gli odiati turchi», racconta Alì, l'uomo
che qui rappresenta il disciplinatissimo partito marxista
Pkk, «bestia nera» del governo di Ankara.
Quella dei curdi è una diaspora divisa dalle
ideologie, dagli interessi economici, e anche dalle
vie di fuga. Chi parte dalla Turchia, viene spesso «accompagnato»
sulle carrette dei mari dalla polizia turca, che chiude
volentieri un occhio. Chi viene dall'Irak, attraversa
l'Egeo in barche più piccole. Oppure cammina
di notte sui sentieri di montagna. E poi finisce per
convergere su Patrasso, tra le tende e i vagoni ferroviari
dietro la dogana marittima. Vigili, doganieri e poliziotti
greci fanno finta di non vedere. «Tanto, sanno
che chi arriva qui, nel giro di qualche settimana riesce
ad andarsene. Qui i curdi sono solo di passaggio»,
dice Alì, che fino a poco tempo fa insegnava
Shakespeare all'università di Arbil, nel Kurdistan
iracheno. Tra i vagoni ferroviari di Patrasso, intanto,
corrono i soldi. Prima che faccia buio i capibanda passano
a riscuotere l'obolo di chi vuole partire questa notte.
Banconote da cento marchi e da cento dollari escono
dalle cinture e dai sacchi a pelo. Nei parcheggi, i
camionisti fingono di non sapere che la mafia curda
e greca apre i rimorchi e fa entrare la propria merce
umana. Mentre avvengono le contrattazioni, un ragazzo
alto e forte come un atleta si mette a urlare. Gli altri
cercano di calmarlo. E lui disobbedisce. «Giornalista,
guarda bene perché sono qui», grida. E,
circondato dai volti torvi dei suoi amici, si toglie
la camicia per mostrare una lunga fila di cicatrici
circolari. E poi si alza i pantaloni sopra il polpaccio:
altri rosari di vecchie ferite, lasciati in ricordo
dagli aguzzini di Saddam Hussein. «Mi hanno messo
in galera e torturato. Poi sono riuscito a scappare»,
dice Ahmed Mohamed, 27 anni che sembrano il doppio.
Poi lo fanno tacere. I profughi sono organizzati militarmente
e i peones non sono autorizzati a parlare. Arriva uno
dei capi, con un inglese forbito. Lui questa notte non
parte, ma si sente in dovere di ringraziare lo stesso
l'Italia, a modo suo: «Desidero esprimere la mia
riconoscenza al governo italiano - annuncia solenne
- e, in particolare, a quel leader di partito legato
ai compagni di Mosca. Come si chiama? Ah sì,
D'Alema. Mi hanno detto che, se riusciamo a scappare
dal fascismo di Saddam e della Turchia, è soprattutto
merito suo».
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