| ISTANBUL
- Ci puoi raccontare la tua storia?
«Sono nata il 16 agosto 1983. Questo è
il mio documento di identità. Mi chiamo S.A.
Ho iniziato a lavorare alla fabbrica Bermuda di Istanbul
il tredicesimo giorno dell'ottavo mese del 1995. Avevo
12 anni. Non mi hanno mai assicurata. Venivo pagata
alla fine della settimana, in contanti e senza ricevuta.
Quando l'età è diventata legale, allora
mi hanno assunta con i contributi e l'assicurazione
sociale».
Quanti lavoratori c'erano in fabbrica?
«Circa 200, forse 250».
Secondo te, quanti erano al di sotto dei 15 anni?
«Prima che arrivavate voi, quel giorno che abbiamo
visto te e il tuo amico entrare in fabbrica, cioè
prima che accadessero questi fatti, c'erano più
persone che lavoravano, e metà erano bambini».
Metà? Sei sicura?
«Non li ho mai contati. Non so se metà
o un terzo. Insomma, erano tanti. Ci chiamavano garzoni.
Mi ricordo di H. Lavorava al mio fianco. Teneva le cinture.
Io lavoravo alle macchine delle cinture e il bambino
non tene va la cintura dritta, così il lavoro
veniva male. Per questo O., uno dei capifabbrica, gli
diede due o tre sberle. Magari lei non ci crede, ma
il bambino volò da qui a lì. E' proprio
volato, quando lo ha colpito. E dopo c'era un altro
bambino, si chiamava R., gli ha fatto la stessa cosa:
ceffoni, perché giocava, come capita con i bambini.
O. ha maltrattato anche me, sull'autobus aziendale che
mi portava a casa».
Davanti alla telecamera di un operatore turco e davanti
ai taccuini del cronista i taliano e del giornalista
Ali Isingor, le sorelle Z., S. e C. - che ora hanno
rispettivamente 16, 17 e 22 anni - raccontano così
la propria esperienza di lavoratrici nella fabbrica
Bermuda di Istanbul. L'intervista è una delle
tante raccolte, registrate e filmate dal Corriere per
predisporre la difesa in seguito all'annuncio di querela
da parte di Benetton per la pubblicazione di un'inchiesta
svolta proprio all'interno della fabbrica Bermuda. Fabbrica
che produce capi di abbigliamento per conto di Bogazici,
il partner turco del gruppo di Ponzano Veneto.
Nonostante i controlli di qualità svolti dai
tecnici Benetton, la Bermuda - così come la maggioranza
delle fabbriche tessili di Istanbul che producono per
grandi marchi internazionali - impiegava lavoratori
a partire dagli undici anni. Assunti in nero, naturalmente
senza contributi, secondo le testimonianze raccolte
dal Corriere molti di questi bambini andavano in fabbrica
al seguito di un fratello o di una sorella maggiori.
La paga che ricevevano era pari alla metà di
quella di un adulto.
Ecco alcuni brani tratti da alcune interviste. Per proteggere
l'incolumità dei bambini, i loro nomi vengono
indicati con iniziali di fantasia: i nomi reali, i relativi
documenti e le fotografie e i filmati verranno consegnati
alla magistratura.
S.O., 14 anni, lavoratore di Bermuda tra il 1996 e il
1997: Quanto guadagnavi alla Bermuda? «Dodici
milioni di lire turche al mese, 70 mila lire (60 mila
lire italiane, ndr)».
Che orario facevi? «Dal mattino alle 8.30 alle
18.30». Che lavoro facevi? «Le asole. Tenevo
la macchina».
S.M., 16 anni, curda: «Mio fratello M. è
uno dei bambini che avevate fotografato per il primo
articolo. Ha 13 anni. Per 5 o 6 anni ha lavorato da
un barbiere, poi è entrato in fabbrica come me».
Il sindacalista I.: «Lunedì andrò
al sindacato e dirò che vi ho trovati. Magari
poi vi chiederanno di andare al sindacato e raccontare
che M. lavorava lì (alla Bermuda, ndr) e che
non era assicurato».
La madre di S. e di M.: «Il bambino è in
minore età, poi
non ci accadrà qualcosa per questo?».
Il sindacalista I.: «Quella ditta è grande,
se ha fatto lavorare i bambini poi dovrà anche
mandarli a scuola e aiutarli economicamente. Ci sono
i contratti, i contratti internazionali, riesco a spiegarmi?
E ci sono 30-40 bambini nella situazione di M.».
Sua madre: «Ce ne sono tanti, tanti. Non sono
solo 30-40».
Sindacalista I.: «Dovete salvaguardare i vostri
diritti. Andare al sindacato. Ma potete anche rifiutarvi...».
Il padre di S. e di M.: «Non esiste una cosa così.
Diremo la verità anche lì».
Arriva M., fratello di S., e mostra il suo documento
d'identità. Viene fotografato.
M., tu hai 13 anni. Quanti bambini come te c'erano alla
Bermuda?
«Tanti. Ma prima che arrivavate voi, quando le
scuole erano chiuse, erano di più».
Cosa è successo il giorno in cui è uscito
l'articolo?
S.: «Hanno licenziato tutti i bambini. Quel giorno
mio nonno è deceduto e noi siamo andati a Diyarbakir.
Loro ci hanno raggiunto telefonicamente. Io non c'ero.
Hanno parlato con mio fratello M. e gli hanno detto
"Attenzione, non venite qui". In seguito io
sono andata alla fabbrica per vedere cosa succedeva
e hanno detto: "M. ha parlato con i giornalisti,
hanno fatto la sua foto, lo abbiamo licenziato e lui
qui non ci viene più».
D.S., 14 anni, intervistato con sua madre in un quartiere
di Istanbul dove molti bambini devono andare a lavorare:
«Il giorno in cui si è saputo del vostro
articolo ero in fabbrica. Ci hanno buttati fuori in
molti. E non mi hanno dato neppure la liquidazione».
La madre: «Stai zitto».
D.: «E io invece parlo. Neppure la liquidazione
ci hanno dato».
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