| ISTANBUL
- Ore 8 della mattina nel quartiere di Kagithane, periferia
di Istanbul, lato europeo del Bosforo. Le strade sono
piene di buche e di fango. Il cielo è un tetto
di smog. Dalle corriere scendono gli operai delle fabbriche
della Sanayi Mahallesi, una zona industriale semiabusiva
che pullula di stabilimenti tessili e officine meccaniche.
Le ragazze hanno il velo, i maschi indossano giubbotti
di pelle nera. Ozcan Babat, 12 anni, ha gli occhi ancora
pieni di sonno, ma i suoi tre fratelli maggiori lo trascinano
verso la fabbrica Bermuda: un palazzo a tre piani, simile
a una casa popolare, dove lavorano 250 persone.
Ozcan dovrebbe andare a scuola: lo dice la legge turca,
lo dice la convenzione internazionale sul lavoro dei
minori (che proibisce
il lavoro a chi ha meno di 14 anni), lo dice la sua
faccia spaurita di profugo curdo scappato da un villaggio
in fiamme.
Ozcan, invece, tutte le mattine alle 8 va in fabbrica.
«Da un anno vengo qui a lavorare con i miei fratelli.
Io sono in nero, lor
o assunti regolarmente. A me danno 22 milioni di lire
turche al mese (132 mila lire italiane, 6.600 lire al
giorno). Nessuna copertura assicurativa, niente contributi
sociali. Mi pagano in contanti, una volta alla settimana.
A me piace. Cosa faccio? Cucio pantaloni. Di che marca?
Benetton. Tutti noi fabbrichiamo vestiti Benetton».
Le domande insospettiscono i fratelli di Ozcan. Alla
fine c'è solo il tempo di scattare qualche fotografia:
poi I quattro fratelli riescono a «scappare».
Mehmet Kocak ha 11 anni. Anche lui scende dalla corriera
alle 8 di mattina e vi risale alle 18.30, perché
in questi giorni alla Bermuda fioccano gli ordini per
la primavera '99. Vengono dalla BoÃgazici Hazir
Giyim, la società che è il partner locale
di Benetton in Turchia (vedere articolo a pagina 4).
BoÃgazici era fino al 1995 partecipata al 50%
da Benetton International. Allora si chiamava Benetton
BoÃgazici (sigifica Bosforo). Poi ha cambiato
ragione sociale e le quote italiane sono state tutte
vendute alla famiglia Boyer, che ne era già azionista.
Ora è una azienda indipendente, legata da contratti
di appalto e di licenza a Benetton: la casa italiana
invia i modelli da riprodurre e a volte anche i tessuti
dai quali ricavarli. I legami tra le due a
ziende restano stretti: all'ingresso della BoÃgazici
campeggia ancora la scritta Benetton. E i centralinisti
rispondono alle telefonate con una parola: «Benetton».
Benetton sta conducendo due grandi campagne pubblicitarie
a livello mondiale: una in centrata sui bambini portatori
di handicap, l'altra - con i volti multietnici della
United Colors of Benetton - incentrata sul 50esimo anniversario
della Carta dei diritti umani delle Nazioni Unite e
sulla Convenzione sui diritti del bambino. L'articolo
23 di quest'ultima dice: «I firmatari riconoscono
il diritto del bambino a essere protetto dallo sfruttamento
economico e dall'eseguire qualsiasi lavoro pericoloso
o che interferisca con il diritto all'istruzione.
Sono concetti lontani mille miglia dalla realtà
quotidiana di un bambino come Mehmet Kocak. Anche lui
lavora alla Bermuda da un anno. «Io tengo I pantaloni
Benetton tesi mentre un operaio adulto fa andare la
macchina cucitrice sui fianchi e sulla cintola. Se mi
piace? Mah. Comunque a me studiare fa schifo»,
racconta pochi minuti prima di iniziare il proprio turno.
Per 132 mila lire al mese, Mehmet è una rotella
di una lunga catena, che di subfornitore in subfornitore
sforna vestiti casual venduti ciascuno a cifre superiori
al suo stipendio: nel negozio 012 di Benetton (specializzato
in abbigliamento per bambini), nel centro di quella
stessa Istanbul, un giubbotto invernale costa 38 milioni
di lire turche (228 mila lire italiane). Per poterlo
comprare, Mehmet e gli altri bambini sotto I 14 anni
che lavorano a Bermuda dovrebbero lavorare per un mese
e mezzo.Come Mehmet e Ozcan, anche Ercan Yildirim è
un bambino-operaio che viene dal Kurdistan turco. Ha
13 anni e nell'intervallo di lavoro, dopo aver mangiato
in mensa, va a giocare alla portineria della Bermuda.
Salta sulle mattonelle bianche e nere, nel gioco che
i bambini italiani chiamano della campana e i turchi
«sek sek». Quando un estraneo lo avvicina,
dalla guardiola arrivano subito portinai nerboruti che
minacciano: «Via di qui. Abbiamo ordine di non
far avvicinare nessuno». E il direttore amministrativo,
scambiando i cronisti per uomini d'affari, avverte:
«Abbiamo firmato un accordo con Bogazici che ci
impedisce di far entrare chi non è autorizzato.
È per tutelare la privacy della società
italiana committente».
Ma a sostegno di una denuncia così grave come
quella fatta dai sindacati turchi (vedere articolo a
pagina 4), le testimonianze
raccolte all'esterno della fabbrica non sono sufficienti.
Si deve entrare in prima persona nella Bermuda - uno
dei principali produttori di abbigliamento Benetton
in Turchia e un importante subfornitore di BoÃgazici
-, vedere i bambini-operai al lavoro, fotografarli,
raccogliere le dichiarazioni del pre sidente-amministratore
delegato della fabbrica. Constatare che il marchio applicato
sugli indumenti è davvero quello Benetton. E
che nei reparti di cucitura e taglio campeggiano scatoloni
con dentro il tessuto inviato dal'Italia.
Per entrare, quindi, il cronista del Corriere e il giornalista
turco Ali Isingor, 24 anni, autore di importanti inchieste,
si sono dovuti spacciare per - rispettivamente - un
imprenditore italiano del settore dell'abbigliamento
e il suo interprete turco. Ali Isingor, infatti, ha
frequentato il liceo italiano di Istanbul.È stato
lui a scattare la maggior parte delle fotografie che
appaiono in questo servizio (le altre sono del fotografo
Utku Topal). Al proprietario della fabbrica Bermuda,
l'imprenditore Ilyas Harunzade, abbiamo raccontato di
voler documentare i macchinari della sua azienda, per
convincere gli aderenti a una fantomatica Associazione
della Moda a spostare la produzione in Turchia.
Dopo molte esitazioni, Harunzade ha dato l'autorizzazione.
Così Ali Isingor ha potuto trasformarsi da interprete
a fotografo, mentre il giornalista del Corriere discuteva
di tessuti, cerniere e
controllo-qualità. L'imprenditore turco Harunzade
racconta: «Se le vostre aziende vorranno inviare
ispettori alla Bermuda, saranno i benvenuti. Succede
già con i prodotti Benetton: BoÃgazici
manda ispettori ogni due-tre giorni. Controllano che
la nostra produzione mantenga gli standard concordati
alla firma del contratto. I rapporti tra noi e l'azienda
italiana sono amichevoli e di intensa collaborazione.
Loro sono i miei principali clienti, anche se ricevo
commesse da parte di aziende americane, tedesche e turche».
Entrare alla Bermuda non è stato facile. Una
volta dentro, molti dei bambini intervistati e fotografati
all'ingresso della fabbrica li abbiamo ritrovati al
lavoro. Sorridenti nella loro tuta blu. Le
condizioni di lavoro sono abbastanza buone. Ma la loro
infanzia si consuma lavorando, perché in casa
c'è bisogno di soldi e i profughi curdi fuggiti
dalla guerra restano i più vulnerabili tra i
12 milioni di abitanti di Istanbul.
BoÃgazici, quindi, è la società
capofila. Sotto, in subappalto,
ci sono Bermuda e altri produttori. Più sotto
ancora 25-30 piccoli
laboratori artigianali che ricevono commesse per eseguire
segmenti di lavorazione. Alla società Gorkem
Spor Giyim, uno scantinato pieno di rotoli di stoffa,
l'imprenditore Yusuf Eskenazi mostra un capo Benetton
appena finito dai suoi operai. È un giubbotto
da bambino. Eskenazi spiega al cronista cammuffato da
industriale: «Loro, vale a dire BoÃgazici,
ci consegnano il campione Benetton e noi produciamo
il numero di capi richiesto. Cinquemila, diecimila,
qualunque quantità. Eseguiamo a mano il taglio
dei tessuti e le cuciture qui o presso sub-subfornitori
che lavorano per me». Su questi vestiti la targhetta
dice: Made in Italy.Davanti al negozio 012 del centro
di Istanbul un venditore di frittelle ha piazzato il
proprio carrettino. «Io ho alcuni fratelli piccoli
- racconta -. Lavorano in fabbriche tessili».
Magari sono come Osman Jirki, che di anni dice di averne
15 anche se ne dimostra non più di 11. Il suo
giocattolo si chiama overlock: è una cucitrice
speciale, che applica punti grossi su pantaloni gialli,
ro ssi e blu. Pantaloni allegri, per bambini più
fortunati. Il signor Harunzade, invece, li giudica da
un altro punto di vista. Strizzando l'occhio al futuro
socio d'affari italiano dice: «E costano pochissimo».
|