| PEC
- Era il passaporto per la salvezza. Una parola d'ordine
che, anche nei momenti peggiori, teneva lontani i saccheggi,
gli incendi, le devastazioni. Gli abitanti di una casa
di mattoni rossi vicino alla stazione dei pullman l'avevano
pennellata in fretta e furia tre mesi fa, all'inizio
dell'inferno, quando i serbi bussavano porta a porta
per compilare la lista degli amici e quella dei nemici.
La scritta diceva, in grandi lettere di vernice bianca:
Romi Koce, casa zingara. E una croce serba faceva da
sigillo di garanzia.
Oggi quel passaporto è scaduto. La casa di mattoni
rossi è vuota, abbandonata. Gli zingari che l'abitavano
sono da qualche parte lungo la rotta dell'esilio che
porta i serbi e i loro collaborazionis
ti verso il Montenegro. Perché oggi nella Pec
delle vendette e della paura, essere Romi significa
stare dalla parte sbagliata. Dalla parte di chi deve
fare le valigie, accusato di complicità nei massacri.
Nel Kosovo liberato dove si incendiano le case e di
notte l'Uck spara, zingaro significa filo-serbo.
«Quelli della casa in mattoni rossi erano i miei
vicini. Li ho odiati dal giorno in cui è toccato
a me prendere la strada per il Montenegro. Loro, dal
cortile, mi sputavano addosso. Si erano s chierati con
il vincitore del momento, come hanno sempre fatto qui.
Ma io sono tornato. E ho trovato dentro casa loro i
miei mobili, i miei vestiti, le mie cose», dice
Nejmeddin Zekai, 24 anni, rientrato tre giorni fa da
un campo profughi. Sul marcia piede di questa città
distrutta che si sta velocemente ripopolando, Nejmeddin
si vanta dei ristoranti, dei bar e del conto in banca
da 3 miliardi di lire che la sua famiglia possedeva
prima della guerra. E promette: «Tra un anno avremo
trasformato questo posto. A noi interessano solo il
business e la pace. Ma zingari e serbi no, quelli non
li vogliamo più».
Quasi tutti gli albanesi la pensano come Nejmeddin.
E la minoranza zingara è quindi costretta alla
fuga. Chi aveva scritto Romi Koce sul muro di casa,
stava inconsapevolmente firmando la propria condanna.
L'organizzazione internazionale Human Rights Watch,
dopo una settimana di indagine, ha concluso che l'Uck
è responsabile di «abusi sistematici»
nei confronti degli zingari, oltre che dei serbi. Interi
accampamenti zingari sono stati dati alle fiamme, anche
a Pristina nella notte bruciavano le case dei rom. Ci
sono stati pestaggi e delitti: perché a Pec e
in tutto il Kosovo la gente giura che i Romi, nei mesi
scorsi hanno commesso atrocità al fianco dei
serbi.
Si punta il dito contro i gabel, uno dei due clan di
zingari kosovari, quello che parla un dialetto vicino
al serbo e che ha al proprio interno molti rom di religione
ortodossa. I più poveri, i più disperati.
A loro i paramilitari serbi avevano affidato il lavoro
sporco: scavare le fosse comuni, depredare le case albanesi
dopo che i serbi avevano portato via i pezzi più
pregiati. Sono loro - si dice - che hanno fatto da informatori,
segnalando alle squadracce serbe quale casa era albanese
e quale no. L'altro clan, quello dei maxhup, si è
invece mantenuto più neutrale. Alcuni di loro
sono stati perseguitati perché parlano albanese
e sono musulmani.
Ma nonostante questa divisione tra gabel e maxhup, la
guerra
del Kosovo ha segnalato probabilmente la fine della
presenza centenaria di una forte minoranza rom. Basta
andare in un quartiere di Pec pieno di macerie che si
chiama Lagjae Maxhupeve, luogo degli zingari. Le case
sono tutte vuote. Davanti a ciascuna c'è un'auto
o un carro che sta caricando mobili, vestiti, posate,
piatti. Un omone che cerca di infilare un divano nella
sua vecchia Yugo arancione dice: «Era tutta roba
mia che gli zingari mi avevano rubato. Ora me la riprendo».
Impossibile verificare se dice la verità.
Di tutto il quartiere zingaro resta solo, impaurita,
la famiglia di Hassan Rama: cinque bambini sporchi e
affamati, una moglie che mostra trent'anni più
della sua età e lui, Hassan, che stringe in mano
il rosario musulmano e agli albanesi che vengono a chiedergli
cosa ci fa ancora lì spiega tremando: «Sono
uno dei vostri. Io non ho mai fatto nulla di male. Sono
un maxhup». Sua moglie: «Sappiamo cosa hanno
fatto gli altri zingari: le accuse sono vere».
E ora? «Chi cerca guai li trova».
Per ora la famiglia Rama resta. Ma a Pec le già
scarse riserve di tolleranza si stanno esaurendo mano
a mano che la città torna alla normalità.
Gli albanesi rientrano e vedono le proprie case bruciate
o ascoltano i racconti dei sopra vvissuti o visitano
la camera della tortura trovata dai carabinieri italiani
nell'ex comando della polizia militare serba. «Zingari:
devono andarsene. O li pestiamo tutti. Per me sono peggio
dei serbi», dice Genc, 21 anni. Sono minacce già
diventate realtà. E con il ritorno dei prigionieri
che i serbi si erano portati con sé nella ritirata,
l'atmosfera si sta facendo ancora più vendicativa.
Ieri sono arrivati in una colonna di autobus, nel pomeriggio.
Erano 118 (dei 166 liberati da un carcere serbo), magri
come appena usciti da un lager. Hanno parlato di torture.
Belgrado ha deciso di rilasciarli, ma ne mancano migliaia
all'appello. La gente li ha festeggiati come eroi. Molti
non hanno più casa. Forse prenderanno il posto
degli zingari.
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